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La Misericordia e la Casa del Popolo. Gello tra “mura” di confine e comunità solidali

La sede della Misericordia di Gello La sede della Misericordia di Gello

di Francesco Lauria 

PISTOIA - Chi proviene da Pistoia, superato il ponte sull’Ombrone, entrando nel paese di Gello, si imbatte subito nella nuova sede della Misericordia, in via Vecchia Montanina 11.

Proprio lì dove, per decenni, ha sviluppato le proprie attività la locale Casa del popolo.

Siamo a poco più di due mesi dalla grande festa per l’apertura dei nuovi spazi dell’associazione: una festa che ha rimarginato una ferita nel pieno del borgo poiché la ex Casa del popolo era chiusa da alcuni anni e in stato di abbandono.

Incontriamo Diletta Frosetti (nella foto a sinistra), coordinatrice dei servizi della Misericordia di Gello e due giovani consiglieri: Sara Corsini ed Edoardo Gallingani.

Chiediamo alla Frosetti di raccontare, attraverso di sé, la genesi della Misericordia del paese.

“Mi sono avvicinata per caso ventidue anni fa – racconta - quando, quasi per scommessa, la Misericordia è nata. Frequentai il corso per soccorritori, per cultura personale, senza pensare di svolgere davvero servizio sull’ambulanza. Poi le cose sono andate in un altro modo, mi sono appassionata a questo modo di fare volontariato e sono ancora qui”.

La Frosetti, nella vita lavorativa si occupa di tutt’altro (prodotti di gelateria) racconta delle tante discussioni per dare un senso diverso alla vita del paese e dell’impegno dell’allora appena arrivato don Carlo Bonaiuti, parroco di Gello.

“Siamo nati con un’ambulanza della Misericordia di Pistoia, dismessa dalla Misericordia di Momigno: di lì è iniziata un’avventura che oggi coinvolge oltre duemila soci (più degli abitanti del paese) e circa un centinaio di volontari”.

La Misericordia di Gello dispone di quattro ambulanze, tre Doblò, tre auto attrezzate, una jeep e un carrello mobile per la protezione civile: svolge mediamente oltre 8.000 servizi socio-sanitari l’anno.

A queste attività si affiancano le feste, le gite, in particolare con gli anziani, gli incontri socio-culturali e la recente apertura di due ambulatori, dove si alternano medici di diverse specializzazioni.

“Gello è un paese senza piazza e senza punti di ritrovo per la comunità – continua la responsabile -. Con gli anni siamo diventati un luogo di aggregazione anche per le realtà vicine: Sarripoli, Arcigliano, Campiglio, San Giorgio. La Misericordia, in questi ventidue anni, ha permesso a tante persone, a tante famiglie, di incontrarsi. Senza questa esperienza, probabilmente, anche per me Gello sarebbe stato semplicemente un paese dormitorio”.

“Oggi, afferma la Frosetti con un sorriso, cominciano ad affacciarsi da noi i ragazzi e le ragazze nati dall’unione di genitori che si sono conosciuti qui…”

La sfida è stata quella di consolidarsi gradualmente sul territorio, acquisire i mezzi per il soccorso, una personalità giuridica, arrivare ad avere una sede.

Poi, il passaggio di settembre, lungamente atteso e preparato.

La Misericordia si è trasferita in un luogo “storico”. Il circolo di Gello ha vissuto momenti di estrema difficoltà: una radicata e gloriosa Casa del popolo, costruita, parecchi decenni fa dagli abitanti del posto, era arrivata alla fine della sua esistenza. Il Comune che l’aveva rilevata, quando la società civile non è riuscita più a gestirla, ha diramato un bando che ha permesso di arrivare all’acquisto e alla ristrutturazione.

Un impegno ingente per una Misericordia di un piccolo centro e che ha visto una spesa, sostenuta anche dalla Fondazione Caript, vicina ai 500.000 euro.

“Abbiamo lanciato la sottoscrizione: 'Un mattone per la Misericordia', è stato un percorso importante e partecipato, cui hanno contribuito anche molti nostri 'pazienti'”.

Ma quali sono le sfide del presente e del futuro?

“Siamo in una casa nuova – risponde la Frosetti – in cui vogliamo e dobbiamo ancora crescere pienamente. La sala polivalente sarà aperta a incontri e iniziative, dai giovani agli anziani. Abbiamo, poi, ridato un bar al paese. Il nostro punto di forza – continua - è che qui ci sono solo volontari. Nessuno riceve un euro per alcuna mansione. Siamo tutti alla pari e le risorse sono interamente reinvestite negli strumenti per la nostra attività. A volte, anche rispetto ad altre Misericordie, siamo stati additati 'come le formichine', fin troppo prudenti, rispetto ad altre esperienze, forse più imprenditoriali, ma abbiamo voluto fare un passo per volta”.

Ma qual è l’osservazione su Gello, da un punto di vista privilegiato di antenna sociale?

“Stiamo cercando di avvicinare il più possibile i giovani del territorio, anche se un altro tema importante è quello di far sentire utili le persone che giovani non sono più, penso ai nostri volontari che sono anche ultraottantenni. Nel territorio che serviamo, le criticità sociali ci sono: penso, in sintesi, alla solitudine che può sfociare, spesso, in emarginazione”.

Dopo aver convinto, con grande fatica, la responsabile a una foto di rito, proseguiamo la conversazione con Sara ed Edoardo (nella foto a sinistra).

Il percorso di Sara Corsini, giovane psicologa sociale e del lavoro, non è molto diverso da quello della Frosetti. Anche lei è entrata in Misericordia quasi per caso (costretta dal padre a fare il corso di primo soccorso).

“La Misericordia – racconta Sara – mi ha cambiato. Non parlavo con nessuno, non rispondevo quasi al telefono, non avrei mai parlato in pubblico. Un giorno, terminato il corso nel 2010, sono stata chiamata, non c’era nessuno a coprire un turno. All’inizio è stato difficile, i primi servizi non sono stati una passeggiata, poi ho iniziato a trovare sempre di più la mia dimensione, insieme agli altri”.

L’esperienza di Sara si è poi approfondita attraverso il Servizio civile, cui è seguita la scelta di svolgere il livello avanzato, cinque mesi di corso, il tirocinio e un esame finale che viene tenuto dal 118. La Misericordia è diventata un’esperienza di vita importantissima che si è ulteriormente arrichita quando le è stato chiesto di occuparsi della formazione dei nuovi volontari e di entrare nel Consiglio.

“Ogni anno, partendo a gennaio, svolgiamo un corso di base di primo soccorso per la cittadinanza – continua Sara - è possibile iscriversi dai sedici anni, in su. Spesso i giovanissimi sono una colonna portante dei corsi, ci aiutano il tam tam tra gli amici e la possibilità di vedersi riconosciuti crediti a scuola, per l’attività di volontariato”.

Chiediamo come sia cambiato il servizio di soccorso negli ultimi anni e quali sono i rapporti con le istituzioni sanitarie pubbliche.

“All’interno dell’ambulanza siamo tutti volontari e non professionisti (medici o infermieri). Prima si formavano semplicemente dei 'barellieri', oggi non è più così. Il soccorso avviene sempre più nei primissimi momenti, che sono poi quelli decisivi. I volontari e le ambulanze continuano ad essere molte rispetto ad auto mediche che hanno dovuto fare i conti con i tagli alla sanità. Il nostro personale non costa e il rimborso spese alla struttura, rispetto al servizio, è minimo”.

Ma non c’è il rischio di supplenza improprio rispetto al servizio pubblico?

“Il rischio ci può essere ed è per questo che investiamo sempre più energie nella formazione. Oggi, sulle ambulanze i volontari realizzano, grazie al wifi, anche gli elettrocardiogrammi, che vengono inviati alla centrale del 118. La centrale li legge e dà poi indicazioni sia a noi sull’emergenza che all’ospedale per predisporsi. Molto è cambiato – continua Sara - anche solo rispetto a quando ho iniziato io, nel 2010. Oggi oltre alla normale rianimazione, ci si occupa, ad esempio, anche della rianimazione pediatrica e dell’uso del defibrillatore: tutti i volontari sono assicurati e ogni comunicazione viene registrata o tracciata”.

Ma le attività della Misericordia di Gello non si fermano qui.

Edoardo Gallingani, oltre che formatore e consigliere, è anche responsabile di un settore molto importante, quello della protezione civile. Classe 1991, studente in scienze infermieristiche, racconta come si è sviluppato l’impegno in questo ambito.

“Quest’anno abbiamo giustamente celebrato gli 'angeli del fango' dell’alluvione di Firenze del 1966. Oggi anche i volontari della protezione civile si devono cimentare con una formazione che deve essere sempre più adeguata alle grandi emergenze che si susseguono, purtroppo, nel nostro paese”.

Nel 1997, quando Edoardo aveva sei anni, il primo grande battesimo della Misericordia di Gello, nel campo della protezione civile, è stato durante il terremoto che colpì duramente Umbria e Marche.

“I volontari partirono con la colonna mobile delle Misericordie, con un furgone e semplicemente delle pale per spalare”.

Di lì è nato un progetto in collaborazione con la Federazione delle Misericordie della Toscana per dotare la Misericordia di Gello di un carrello mobile, un primissimo supporto alle popolazioni colpite.

“Per noi – racconta Edoardo – significa arrivare tra i primi sul posto e fornire una bevanda calda, piccoli snacks a persone che sono fuori dalle loro case e che necessitano di sentirsi rassicurate, prese in carico”.

Il carrello mobile è di proprietà della Federazione Regionale, ma è dato in affidamento alla Misericordia di Gello: è l’unico strumento, in tutta la Toscana, con questa mansione. Il vero e proprio battesimo del fuoco c’è stato con l’emergenza terremoto del 2012, in Emilia Romagna. All’interno della colonna mobile regionale il carrello è stato sperimentato per la prima volta, anche attraverso la realizzazione di una piccola cucina mobile.

“A volte – racconta Gallingani - ci soprannominano, un po’ scherzosamente, il 'bar del soccorso', la ragione è che siamo un primissimo punto di ritrovo, nei luoghi di ammassamento, sia per le vittime che per i volontari. In occasione dell’ultimo evento sismico di agosto nell’Italia centrale la Misericordia di Gello è partita immediatamente, con la colonna mobile regionale e ha raggiunto Amatrice. Siamo arrivati sul posto – racconta Gallingani – e abbiamo fornito assistenza alla popolazione sfollata e ai volontari mentre le quattro grandi organizzazioni del soccorso montavano il campo: una coperta e una bevanda calda mentre veniva allestita la vera e propria cucina. La missione è durata una settimana, con il coinvolgimento di una decina di volontari”.

Chi parte, spiega Edoardo, ha diritto alla tutela del cosiddetto “articolo 9”, attraverso il quale lo Stato rimborsa i datori di lavoro dei volontari, che hanno diritto, se sono iscritti negli albi regionali e nazionali, a poter svolgere la loro fondamentale opera.

“Io sono partito subito dopo la prima scossa. E’ stata un’esperienza drammatica: Amatrice era interamente rasa al suolo, con l’eccezione del campanile. Ho ancora davanti a me – conclude - l’immagine di un muro pericolante con un cartello strappato che annunciava l’imminente sagra: 'Amatrice in festa', che si sarebbe dovuta tenere il sabato successivo”.

Proprio oggi, racconta, sono partiti il presidente della Misericordia e tre volontari per consegnare un assegno di circa 5.000 euro, raccolto con sottoscrizioni e cene, destinato agli agricoltori di Amatrice. Non bisogna, a distanza di mesi, dimenticarsi di queste popolazioni che, ancora, sono fuori dalle loro case.

“Abbiamo voluto dare questo segnale ora, a fari mediatici, se non spenti, molto attenuati. Ad Amatrice e negli altri luoghi colpiti si vuole continuare a vivere e a risorgere. Fare Misericordia, per noi, significa proprio questo”.

Chiudiamo la conversazione prendendo un caffè nel bar che condivide la sede con la Misericordia.

Chiediamo come mai gli spazi esterni alle mura della sede non vengano, stranamente, utilizzati.

Confidano che non sono di proprietà della Misericordia e che chi li affittava alla Casa del popolo ad un prezzo assolutamente simbolico, non sembra aver gradito il cambio di associazione.

Dentro di me penso alla mia terra di origine, a quella pianura vicina al grande fiume che ha permesso alla penna di Guareschi di immaginare la saga di Peppone e Don Camillo.

Anche qui il fiume c’è: a pochi passi si ascolta il fruscio della piccola cascata sotto al ponte di pietra dell’Ombrone. Sono le colline e le montagne a essere più vicine e a disegnare quel territorio e quella ricerca di comunità che non è chiusura dentro se stessi, ma è coerente con il vero significato etimologico di questa parola: “cum munus”.

La comunità, infatti, non ha nulla a che vedere con le “piccole patrie” non è una proprietà, un pieno, un territorio da separare e difendere rispetto a coloro che non ne fanno parte: ma un vuoto, un debito, un dono (i significati di munus) nei confronti degli altri.

E in questa logica le mura di una Misericordia, non sono poi così diversi da quelli di una Casa del popolo di tanti anni fa.

 

 

 

 

 

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