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Il lungo cammino di Noor sulle orme del diritto di asilo e il sogno di Francesca: “Non si vive per se stessi”

Fareen Shah Noor Fareen Shah Noor

di Francesco Lauria

PISTOIA - Quando incontro Fareen Shah Noor la prima difficoltà è il linguaggio. Il suo sguardo è attento, curioso, ma, almeno all’inizio, non è possibile comunicare con lui né in italiano, né in inglese.

Provano ad aiutarmi Francesca Zei (nella foto a sinistra), giovane operatrice che segue il suo percorso di accoglienza e un altro rifugiato afgano, che però non parla lo stesso dialetto pashtun, e riesce a tradurmi in inglese, solo parzialmente, la nostra conversazione.

Già questo è un tema importante di riflessione.

Moltissimi rifugiati, specialmente quelli provenienti dalle zone rurali dell’Afganistan o del Pakistan, come Noor, giungono in Europa e nel nostro paese senza parlare nemmeno una parola di italiano o di inglese.

E’ difficilissimo per loro poter raccontare compiutamente la propria storia, il proprio lungo e complesso viaggio.

Dopo le difficoltà iniziale è lo stesso Noor a trovare un altro modo di comunicare con me.

Prende il suo smartphone e mi mostra gli articoli che riferiscono del’attacco al suo villaggio, in Pakistan.

Ormai quasi cinque anni fa, durante la festa di fine Ramadam, il villaggio di Noor viene appunto bombardato e fatto oggetto di attacco terroristico, tra le macerie trova la morte il Nazim, il sindaco del villaggio.

Noor, per sua fortuna, non c’era.

“Partii il giorno prima dell’Eid – racconta - per festeggiare la fine del ramadan con la famiglia di mio padre in un paese vicino. Stavo mangiando del pesce e stavo chiacchierando, quando mi dicono che nel mio villaggio, dove tutti stavano festeggiando e da cui ero partito poche ore prima, era appena scoppiata una bomba. Il Nazim stava pregando quando è morto, chissà cosa stava pensando, chissà se si sarà reso conto di quello che è successo.”

Il ragazzo pashtun era uno dei suoi più stretti collaboratori, un vero e proprio amico.

Mentre, con difficoltà, anche grazie a Francesca, ricostruiamo la sua storia, Noor si blocca.

La sua figura è alta, imponente, il suo nome significa luce.

Di fronte a me però ho un giovane uomo che trattiene a stento le lacrime.

Il racconto, pur nella difficoltà della traduzione, prosegue.

“Nel momento in cui ho saputo della bomba- continua il richiedente asilo - ho chiamato la polizia che ha immediatamente arrestato le persone colpevoli, dopodiché è arrivata ancora polizia, si chiamano Rangers, e ha cominciato a fare ricerche in tutta la città, giorno e notte, casa per casa. Le persone che dovevano andare in prigione purtroppo sono state liberate e io ero amico e collega del Nazim, ed ero quindi in pericolo.”

Nel reading che la cooperativa gli altri ha raccolto con la sua ed altre storie di richiedenti asilo si possono leggere le parole della madre rivolte a Noor: “Tu vai, non preoccuparti per noi, percorri la tua strada, non ti voltare e scrivi bene le parole sul tuo cammino, questa situazione è troppo pericolosa per te, vai a vivere in un altro paese”.

“Mia madre mi disse queste parole perché io non ero sicuro di andare via, volevo rimanere lì per proteggerli. “ Le lacrime sono, anche, per una madre lontana e per una famiglia che tuttora si trova in pericolo.

Il viaggio di Noor si svolge, tra mille difficoltà, a piedi.

Il Pakistan, poi l’Iran, la Turchia.

La ormai famosa e ora, quasi, sigillata “rotta balcanica” in Europa. Il passaggio nell’Unione Europea attraverso la Bulgaria. Oltre tre mesi di traversata.

Camminava da solo (non conosceva nessuno), ma insieme a molte persone.

Le ricordiamo anche noi le immagini delle migliaia di uomini, donne e bambini che, a piedi, hanno risalito e ridisceso i sentieri della nostra Europa.

Tra mille ostilità, in particolare in alcuni paesi che dopo aver smantellato la cortina di ferro alla fine degli anni ottanta, erigono ora nuovi muri, come l’Ungheria.

L’ingresso in Italia avviene attraverso il Friuli Venezia Giulia.

La prima città che Noor cita in italiano, facendomi sobbalzare, è Gorizia.

E’ la città dei miei studi universitari, divisa in due dalle frontiere della seconda guerra mondiale. Per decenni confine tra Occidente e Oriente socialista e, successivamente, fino all’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, porta di Schengen.

La richiesta di asilo avviene ad Udine e di lì, attraverso il percorso di accoglienza coordinato dal Ministero dell’Interno, scaturisce “l’invio” a Pistoia.

In realtà - mi corregge Francesca Zei - Noor conosce bene soprattutto la montagna pistoiese.

Nei quattordici mesi nel nostro paese ha cambiato quattro case: prima Maresca, poi Prunetta, poi Mammiano e, infine, da aprile, Quarrata.

Svolge regolarmente corsi di italiano – racconta Francesca – e abita insieme ad altri rifugiati.

L’operatrice della cooperativa “Gli altri” – scandisce bene i mesi di attesa: quattordici.

Quattordici mesi senza ancora essere stato ascoltato dalla Commissione per il rilascio del permesso di asilo.

Quattordici mesi senza ancora che il colloquio sia stato ancora fissato.

E’ il segno di qualcosa che non funziona nel nostro sistema, anche se la soluzione non pare essere, come paventato dal Ministro della giustizia Orlando, quello di cancellare il colloquio con la Commissione stessa.

Un piccolo passo avanti è stato, invece, fatto il 29 agosto con l’entrata in vigore di un decreto governativo che ha messo a sistema l’accoglienza istituzionale dello Sprar, (il sistema nazionale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) con la partecipazione degli enti locali, superando l’approccio provvisorio dei bandi triennali.

Salutato Noor, ho ancora il tempo di parlare un po’ con Francesca.

Anche lei è di “sangue misto”: per metà svizzera e per metà fiorentina, vive a Pistoia.

Fa parte dei molti ragazzi che sono stati inseriti negli ultimi mesi nel settore dei rifugiati, dopo gli studi in lingue e scienze internazionali, la tesi in Storia della Nigeria.

Quando le chiedo del suo nuovo lavoro usa una parola che è difficile sentir dire a molti ragazzi oggi: mi parla di “sogno”.

Insieme alla parola “sogno” affianca, però, immediatamente, quella di professionalità in costruzione.

“Non mi piace l’improvvisazione – aggiunge subito - anche quella che, visto l’esplodere del fenomeno, si può osservare, in vari ambiti e situazioni, troppo estemporanei, nel campo dell’accoglienza ai rifugiati.”

Ha sempre vissuto in un ambiente multietnico, l’esperienza più bella nella sua formazione, fin da giovanissima, è stata in un campo saharawi, ospitata dalle famiglie, nel deserto.

Le chiedo come vive, nel concreto, il suo nuovo lavoro.

“Il continuo bombardamento mediatico, la paura che viene fatta volutamente crescere condiziona tutti – mi risponde – stupendomi – continua - ha scalfito anche i miei genitori, da sempre apertissimi.”

“Il nostro lavoro – continua -è spesso frenato da troppa burocrazia, spesso inutile. Documenti che scadono in pochissimo tempo e che costringono i richiedenti asilo e noi operatori a paradossali rincorse. A volte una mano dello Stato sembra che non conosca quello che fa l’altra. Sembra, quasi, che si remi contro all’integrazione, si tengono sospese le vite delle persone.”

Le chiedo di continuare…

“E’ molto importante avere abitazioni piccole, stimolare i richiedenti asilo all’autonomia, a riprendere in mano, gradualmente, la loro vita. “

Francesca si sta formando proprio per accompagnare i rifugiati nella ricostruzione e nella scrittura della memoria: un “lento lavoro di fiducia e di progressiva, reciproca, scoperta”.

Prima di salutarci mi consegna la frase finale del racconto di Noor, contenuta nel reading realizzato dalla cooperativa.

La leggo a casa, seduto di fronte a mio figlio.

Scrive (nella sua lingua) Noor: “Mi guardo da lontano, mi vedo camminare lentamente verso due orizzonti, uno passato e uno presente, due mondi diversi e contrapposti l’uno dall’altro…che però so comporranno e daranno vita alla mia vita futura. “

Penso che, come ha ben colto Francesca, a Noor, come agli altri rifugiati, dobbiamo, in primis, ascolto.

Un ascolto che significa anche impegno, sentirci interpellati dalla loro storia, dal loro cammino.

Le carte dei diritti umani, l’articolo 10 della nostra Costituzione, devono essere anima del nostro vivere civile, vanno concretamente riconosciuti ed applicati.

Forse così riusciremo a riscoprire i valori veri della nostra democrazia, a disseppellirli dal disincanto. E a capire che, proprio come sembra suggerire il “sogno” di Francesca e come racconta nella sua bella biografia, Alidad Shiri, un altro rifugiato asiatico: “non si vive per se stessi”.

 

 

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