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Dal Mali a Pistoia: le frontiere attraversate in fuga dal fondamentalismo. Intervista ad Olivier Konate, richiedente asilo

Olivier Konate Olivier Konate

di Francesco Lauria 

QUARRATA - Incontro Olivier Kake Konate nella piazza principale di Quarrata.

Arriva insieme a Barbara Idili, operatrice e mediatrice del settore intercultura della cooperativa Gli altri che segue lui e molti richiedenti asilo sul territorio pistoiese. Con loro c’è un altro ragazzo africano, suo coinquilino. Per rompere il ghiaccio cominciamo a parlare di calcio e delle nazioni più titolate della Coppa d’Africa. Scopro così che il Mali, la patria di Olivier c’è la fatta, una sola volta, ad arrivare in finale, ma non è mai riuscito a vincerla.

Sono un po’ nervoso, voglio raccontare la storia di Olivier in maniera fedele e non invasiva e ho paura della barriera della traduzione.

La rassicurazioni di Barbara sulle sue competenze linguistiche si dimostrano assolutamente affidabili e non ho mai bisogno di utilizzare il mio traballante francese.

Olivier ha ventisei anni, anche se sembra dimostrarne di più, comincia a raccontarmi la sua storia.

Capisco gradualmente, come si è trovato quattro anni fa ad un tornante sfortunato della propria vita, in cui pubblico e privato si sono intrecciati beffardamente, obbligandolo a fuggire dalla sua città, Bamako, e dal suo paese.

Olivier rimane orfano piccolissimo, la sua famiglia di origine, cristiana, con cui non ha avuto più alcun contatto, lo affida ad una famiglia musulmana della capitale, in particolare al suo padre adottivo.

“Prima che mio padre adottivo morisse, la mia era una vita serena, senza troppe preoccupazioni. In un paese in cui il 95% degli abitanti è musulmano – mi spiega - lui mi aveva accolto, pur professando la religione islamica, era, come li chiamate voi, un “moderato”.

La morte del padre adottivo, avvenuta nel 2009, rende sempre più isolato Olivier, che viene emarginato dai fratelli, quasi messo fuori casa.

Al tempo stesso si innamora di una ragazza figlia di un importante ufficiale della polizia, islamico radicale.

La sua fidanzata era già promessa ad un amico del padre, molto più vecchio di lei, anch’egli fondamentalista.

Uno scempio vederla con un cristiano.

“Comincio a soffrire un sempre più forte isolamento, in tutta la mia zona della capitale c’era solo un altro ragazzo cristiano come me”.

Il quadro si complica con il colpo di stato militare avvenuto nel 2012 in Mali che causa poi anche un intervento militare francese.

“Militari e fondamentalisti hanno preso il potere – racconta Olivier - per il padre della mia ragazza era divenuto facile organizzare delle pattuglie che mi prelevavano a casa e mi portavano in caserma dove mi picchiavano, torturavano, minacciavano. Al tempo stesso non avevo più alcun sostegno dalla mia famiglia adottiva.”

Mi spiega che in Africa c’è l’uso che se un bambino viene adottato in una famiglia di diversa religione la sua origine viene rispettata.

“Finchè mio padre adottivo ero in vita, mai sono stato forzato ad entrare in moschea, partecipavo alla preghiera a casa, ma in disparte e solo come segno di rispetto.”

L’ascesa delle milizie islamiche e l’amore interreligioso contrastato sono un mix esplosivo che costringono Olivier alla fuga dal paese.

“Mi ha aiutato la madre della mia ragazza, insieme a lei. Il mio “concorrente” aveva comprato una moto che loro hanno venduto per finanziare la uscita dal Mali.

Chiedo quale sia stato il tragitto e quale la meta.

Il percorso di Olivier in Africa, non avviene clandestinamente, ma tramite trasporti organizzati.

Per non passare dal Nord del Mali dove impazzava la guerra civile Olivier si sposta prima in Senegal, poi in Mauritania e infine in Marocco.

“Ho tutti i timbri sul passaporto”. Mi dice con una punta di orgoglio.

In Marocco, luogo che avrebbe potuto essere anche la sua meta finale, dopo alcuni mesi un gruppo a cavallo tra delinquenti comuni e fondamentalisti lo prende di mira e lo aggredisce in quanto cristiano. Olivier fa qualcosa di molto coraggioso. Lui, senza alcun contatto in Marocco, sub -sahariano di colore e quindi spesso trattato razzisticamente dai locali, decide di denunciare al commissariato i suoi aggressori e di conservare i referti dell’ospedale che attestano le percosse subite.”.

A quel punto, però, la fuga in Europa non è più rinviabile.

Come tantissimi migranti è Melilla, una delle due piccoli enclavi spagnole nel continente africano, ad essere per lui la porta del nostro continente.

“A Melilla mi hanno sottoposto a visite mediche e psicologiche. Sono stato per un mese in un centro di accoglienza, fino a che non ho avuto il permesso di lasciare la città”.

Di lì, accompagnato dagli operatori spagnoli, Olivier arriva per mare a Granada e in pullman a Madrid, dove avrebbe potuto chiedere asilo e dove vengono registrati i suoi dati in ottemperanza al regolamento comunitario di Dublino.

“Non mi sentivo sicuro in Spagna. Lì la comunità marocchina è molto ampia e temevo ritorsioni. Sapevo che alcune delle persone che avevo denunciato in Marocco si erano trasferite proprio nel paese.”

“Ho trovato aiuto e, di notte, ho preso un autobus internazionale Euroline, in direzione Bruxelles”.

La “capitale” d’Europa è anche il luogo, in cui, vicino a una stazione ferroviaria, Olivier fa formale richiesta di asilo.

“Mi hanno mandato alla Croce Rossa, dove mi hanno fornito un alloggio. Ho cominciato anche a svolgere lavoro volontario.”

Dopo qualche mese, però, poiché il primo ingresso in Europa era stato in Spagna, secondo le regole di Dublino – mi spiega Barbara Idili – viene sancito l’obbligo del suo rientro nella penisola iberica.

Arrivato all’aeroporto di Madrid, Olivier può fare richiesta di protezione, ma approfittando della notte concessagli per riposare decide di non rischiare rimanendo in Spagna.

“Da Madrid – racconta - sono partito per la Francia, sempre con un pullman Euroline. Sì, mi hanno aiutato di nuovo con il biglietto, ma - mi assicura - non erano trafficanti”.

“Mi hanno spiegato che, vista la mia storia, avrei avuto più possibilità di asilo in Italia, dove c’è anche la presenza del Vaticano. Le stesse persone – continua – mi hanno suggerito di recarmi ad Aosta, dove oltre all’italiano, si parla anche il francese.”

E così si ha un’altra frontiera. Modane – Torino – Aosta.

I poliziotti francesi che appongono un altro timbro sul passaporto, ma che non si frappongo al suo ingresso nel nostro paese.

E’ ormai il 2014, oltre due anni sono passati dalla fuga di Olivier dal Mali.

“Ho pagato il biglietto del treno per Torino e poi per Aosta, grazie al soldi che avevo ricevuto tramite una specie di lavoro volontario che svolgevo alla Croce Rossa di Bruxelles”.

Ad Aosta avviene quindi la nuova richiesta di asilo.

Il sistema nazionale di protezione di richiedenti asilo e dei rifugiati, lo Sprar, individua il primo posto libero per l’accoglienza a Pistoia e di lì Olivier incontra, dopo tante frontiere, anche quella pistoiese.

Provo a richiamare il regolamento di Dublino per capire come non fosse stato attivato un altro invio verso la Spagna, ma l’operatrice della cooperativa gli Altri, mi spiega che moltissimi “casi Dublino”, come Olivier, cadono di fatto in prescrizione.

Ormai esattamente un anno fa, Olivier viene ascoltato dalla Commissione che analizza le richieste di asilo dei rifugiati.

Un anno lunghissimo, ben oltre i 35 giorni ipotizzati dalla legge.

Un anno vissuto in sospeso, in cui chiedo ad Olivier come si è trovato tra Pistoia e Quarrata.

“Non mi manca nulla, mi trovo bene nel vostro paese. Ho potuto svolgere corsi di italiano, formazione come magazziniere”. Da autodidatta, mi spiega Barbara, ha ottenuto il certificato di lingua italiana B2 e sta preparando il più impegnativo C1.

Chiedo ad Olivier che lavoro facesse in Mali.

“Non avevo un contratto fisso, ma facevo da accompagnatore turistico e agli stranieri nella capitale, a Bamako.”

Tra le mani di Olivier spuntano vecchie foto. Inaspettata, anche quella della fidanzata che ha “causato” la sua fuga.

E’ davvero bellissima.

Gli chiedo se la sente ancora.

Mi risponde che all’inizio avevano contatti, ma ora non più. “Vista la situazione in Mali – mi dice con amarezza – probabilmente ora anche lei mi chiederebbe di convertirmi all’Islam”.

In caso di risposta positiva Olivier avrebbe diritto ad un permesso di asilo di cinque anni, rinnovabile.

Il supporto dello Sprar può continuare per 6-9 mesi dopo l’eventuale accoglimento.

C’è il tempo per un’ultima domanda.

Gli chiedo cosa pensa quando, nella televisione italiana, sente parlare, spesso con ostilità, dei profughi.

La sua risposta è, come tutte le sue parole, meditata.

“Ci sono persone differenti in tutti i paesi del mondo. Io rispetto anche chi è contro l’immigrazione. Non voglio giudicare. Ma voglio aggiungere questo: l’integrazione dipende anche da noi immigrati. Tutti, possiamo contribuire alla convivenza”.

Salutandolo insieme a Barbara mi torna alla mente una frase dell’ecologista altoatesino Alexander Langer che scriveva nel testo: “la scelta della convivenza”: «l’autodeterminazione dei soggetti e delle comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei divieti di accesso, bensì dalla definizione in positivo dei propri valori e obiettivi, e non deve arrivare all’esclusivismo e alla separatezza. Deve essere possibile una realtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di “famiglie miste”, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita»

Olivier, a suo modo, ha vissuto per più di vent’anni della sua vita a cavallo di più religioni, nel territorio che ha dato, tra l’altro, al mondo le bellezze artistiche di Timbouctou.

Bellezze, peraltro di tradizione musulmana, distrutte dalla furia fondamentalista proprio mentre Olivier fuggiva dal suo paese.

Rendere tutto ciò non irreversibile, gli faccio eco, dipende da tutti.

Anche da noi.

 

 

 

 

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