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Le frontiere di Pescia: fiori, globalizzazione e… “il mondo di prima”

Il mercato dei fiori di Pescia Il mercato dei fiori di Pescia Foto di Francesco Lauria

di Francesco Lauria

PESCIA - La sveglia è puntata alle 6 del mattino. Fuori è ancora buio, siamo nella settimana con le giornate più brevi dell’anno.

Lo sarà per tutto il percorso che, da Pistoia, mi porterà a Pescia.

La struttura del mercato dei fiori è imponente: quando ne varco la soglia il clou del mercato è già in fase declinante, le cassette delle piante cominciano, piano piano, a diminuire.

Fabrizio Salvadorini, il direttore del Mefit, mi accoglie nel suo ufficio immerso nel mercato, insieme a due produttori di “provata” esperienza: Giuseppe Andreani e Paolo Vezzani.

Osservano la stampa del mio precedente articolo sulla produzione massiccia di rose da parte delle multinazionali olandesi in Etiopia e in Kenya e la prima frase, quasi all’unisono, che mi raggiunge è: “Era molto meglio il mondo di prima…”.

Il ruolo delle multinazionali nel settore floricolo mi raccontano i produttori, è in realtà significativo da molti decenni. “Ricordo – racconta Andreani – la multinazionale danese che, sfruttando i contributi regionali, a metà anni settanta, era sbarcata in Sardegna, a Santa Margherita di Pula, assumendo circa seicento persone e utilizzando serre e strutture costruite dalla Regione”.

Dopo tre anni, l’insediamento in Sardegna, mi raccontano, era già stato smantellato.

Appena pronuncio la parola Etiopia, mi mostrano le rose. E mi rinfacciano un prezzo: 7 centesimi.

Non è un prezzo di Addis Abeba, e nemmeno di Amsterdam. E’ un prezzo di Pescia.

E’ chiaro, mi raccontano, che non ce la fanno nemmeno ad avvicinare questi prezzi, per questo la produzione è crollata.

Provo a chiedere delle tipologie dei fiori ormai scomparsi: i garofani, che riempivano la piana di Pescia, erano la coltura più faticosa, massacrante, incubo e ragione degli anni sessanta, erano quella più significativa.

La crisi, cominciano le ammissioni, è legata anche all’incapacità di fare sinergia e all’enorme frammentazione produttiva.

Salvadorini mi conferma che il ruolo delle grandi multinazionali del Nord Europa ha squilibrato il mercato, grazie anche a fortissime agevolazioni sul trasporto aereo e a qualche chiusura d’occhi, si pensi all’aeroporto olandese di Shipoll, sui controlli sanitari.

“Il mercato italiano ha provato a rispondere – racconta il direttore – con una ricorsa, a volte un po’ schizofrenica, rispetto alle novità, inseguendo le mode, senza essere, finora, stato in grado di governarle e orientarle.

Pescia è, insieme a Sanremo e a Napoli, il mercato di riferimento nazionale. 

Non è la cattedrale nel deserto che a volte viene descritta. Il bandolo della matassa è racchiuso in questi numeri: se venticinque anni fa il rapporto tra fiori prodotti e fiori importati era di nove a uno ora è, ottimisticamente, di uno a cinque.

Complici i cambiamenti legislativi, tutti i produttori sono anche diventati anche venditori di prodotti importati.

Anche l’asta è un ricordo. “Provammo a farla negli anni novanta, mi raccontano i produttori, ma chiuse quasi subito”.

“Si, anche noi vorremmo che in quei paesi là usassero meno veleni e i diritti dei lavoratori venissero riconosciuti”: lo sguardo del produttore pesciatino, ormai alle soglie degli ottanta anni, si addolcisce solo mentre parla della sua terra e pronuncia fiero: “se la floricoltura è sbocciata a Pescia ci sarà un motivo. E’ il luogo climatico ideale.”

Ed è una tristezza, aggiunge, vedere abbandonare tutto.

Il movimento, soprattutto per la commercializzazione dei fiori, è ancora ampio. Intorno al mercato si muovono circa 700 imprese, il giro di affari “ufficiale” è di circa settanta milioni di euro di fatturato annuo.

“Sul fronte produttivo Pescia -  racconta Salvadorini -, ha resistito molto bene non tanto il fiore reciso, ma la coltivazione della pianta d’olivo da trapiantare, un esempio per tutto il mondo, un’invenzione pesciatina”.

Ma ci sono altre particolarità meno note, per esempio quella del bonsai, con tanto di museo (privato) annesso.

AI tempi d’oro l’indotto del mercato era di circa cinquemila persone, ad oggi permangono circa 280 produttori/venditori, il 90% toscani, il 70% pistoiesi.

Con la crisi sono aumentati paradossalmente i giovani, eredi di una tradizione familiare che aveva parzialmente saltato una generazione.

Permane la competizione con il “piccolo” mercato di Viareggio, che sembra resistere al dissesto comunale del capoluogo della Versilia, e che conta circa ottanta “produttori” che resistono alla confluenza sulla Valdinievole.

Il Mefit, sorge, è bene non dimenticarlo, dalle ceneri del Consorzio dei produttori Comincent, che ha vissuto diversi anni di agonia ed è fallito nel 2012.

Torniamo alle piante.

“Le rose “estere”, racconta Vezzani, sono trattate con prodotti che le rendono più resistenti e ne rallentano la fioritura. Arrivano ogni mattina a Pescia camion di rose da Camaiore, con tutta la gamma delle dimensioni e dei colori. E’ impossibile anche pensare che siano prodotte localmente”.

“L’alleggerimento mondiale dei controlli ha portato – sottolinea il direttore – alla diffusione di parassiti (si pensi al caso eclatante della xylella) per questo bisogna, davvero, investire sulla qualità. L’ipotesi è che una struttura come il mercato dei fiori, realizzi almeno dei controlli ex post e fornisca una certificazione di qualità, ma non possiamo darci questo compito da soli, anche l’ente pubblico deve saper essere ambizioso. Dobbiamo insistere sulla tipicità di una produzione regionale toscana”.

Un'altra figura simbolo della floricoltura a Pescia ci raggiunge, con un po’ di ritardo.

E’ Antonio Grassotti, laziale, per trentanove anni a Pescia presso l’Istituto nazionale di ricerca sulla floricoltura, oggi, dopo diversi cambi di nome, identificabile con la sigla “Crea”.


Dopo la fondazione negli anni sessanta, racconta Grassotti, per molti anni l’istituto è stata una creatura della politica, solo nel 1988 sono stati finalmente costruiti uffici e laboratori adeguati. I ricercatori, spesso, erano delle meteore, si facevano trasferire a Pescia solo per maturare il ruolo, per poi andare via.”

Oggi, l’istituto non segue solo la floricoltura, ma ha allargato la competenza al vivaismo ornamentale, entrando in contatto anche con le aziende della piana di Pistoia.

E’ un crocevia potenzialmente strategico, luogo di frontiera tra i due distretti quelli vivaistico e quello floricolo. Finalmente è stato potenziato l’organico con giovani ricercatori, alcuni dei quali “pesciatini” doc.

Grassotti, ora in pensione, racconta del suo impatto con il territorio, nel 1976.

“Cercai di capire dove ero capitato e iniziai a visitare le aziende. Non posso negare che la frammentazione ipercompetitiva tra le imprese del territorio era condizionante. Ogni innovazione era custodita gelosamente e non poteva diventare patrimonio del territorio. I produttori, poi, si battevano per emancipare i figli dalla floricoltura e sollevarli da una vita faticosissima.”

Collaborare con le imprese sul territorio è stato sempre difficile, ma Grassotti, racconta che c’è un’inversione di tendenza, con collaborazioni private che vanno, in realtà, soprattutto al di là del territorio pesciatino.

Ormai il mercato è quasi deserto.

Corro a prendere un mazzo di rose per mia moglie. Mentre fotografo l’insegna della multinazionale olandese “Linssen Roses” che produce in Etiopia, il direttore mi precede e mi dona un mazzo con l’insegna “Kenyaflora”.

Le contraddizioni della globalizzazione sono profonde anche qui, nella provincia toscana.

Ho ancora il tempo di attraversare un’altra frontiera e di entrare all’istituto di floricoltura.

Stefania Nin, Beatrice Nesi, Sara Lazzareschi (nella foto), le ricercatrici che hanno finalmente rafforzato questa istituzione, sono molto ospitali, anche se il primo quarto d’ora se ne va solo per ricostruire, con l’aiuto di Grassotti, il percorso burocratico e di denominazione del luogo.

Il fiore all’occhiello, mi si perdoni il gioco di parole, è il progetto, finanziato dalla Regione Toscana e da partner privati (ma non pesciatini…) di un “bouquet toscano” a chilometro zero, con fiori, fronde e frutti di stagione prodotti in regione e provenienti da coltivazioni a basso impatto ambientale.

Non mancano altre collaborazioni e attività, che si orientano anche sulle colture arboree e sulla frutticoltura di un’altra zona del pistoiese, quella dell’Abetone.

L’istituto si è aperto al mondo degli studenti, dalle elementari alle scuole superiori, anche se continua ad essere visto con distacco e disincanto da parte di molti pesciatini.

Torno a Pistoia, convinto che permangano tanti nodi irrisolti. Si avverte, inesorabile, l’assenza di un ruolo positivo e di indirizzo della politica, ad ogni livello.

Non che manchino le polemiche. Mentre scrivo è in corso di svolgimento un consiglio comunale, a Pescia, piuttosto concitato: all’ordine del giorno proprio il mercato dei fiori.

Il Mefit vive in equilibrio su un filo davvero sottile.

Ci sarà modo di riparlarne.

 

 

 

 

 

 

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