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Spedivano pacchi di marijuana da Prato a Belfast: sradicata organizzazione criminale cinese

Il capannone sequestrato ieri a Prato Il capannone sequestrato ieri a Prato

di Thomas Gargano

PRATO - Un sistema collaudato di produzione, confezionamento e spedizione di marijuana, che aveva come base di partenza l'Italia e come destinazione finale Belfast, in Irlanda del Nord.

Questo è quanto scoperto al termine di una lunga e complessa indagine portata avanti dal sostituto procuratore Lorenzo Gestri e dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di Prato guidati dal comandante provinciale dell'Arma Gabriele Stifanelli e dal comandante del Nucleo Investigativo Vitantonio Sisto. A finire in manette sono state in totale nove persone, tutti cittadini cinesi. Tre di loro sono stati arrestati a Prato, altri cinque tra Bologna e Rovigo, mentre un ultimo a Belfast, sorpreso con quaranta chili di marijuana appena arrivata dall'Italia.

Tutto è cominciato il 29 settembre 2014, quando la Polizia Municipale di Prato sequestrò a Sant'Ippolito di Galciana un capannone trasformato in una vera e propria serra. All'interno furono trovate più di 2700 piantine di marijuana. In quell'occasione però, nessuno finì in manette, perché al momento del blitz lo stanzone era deserto. Da quel momento i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Prato hanno cominciato a monitorare una serie di soggetti e movimenti sospetti tra cittadini cinesi, fino a scoprire l'esistenza di un vero e proprio disegno criminale.

Il meccanismo era molto semplice. In un primo momento il centro di produzione è stato solo Prato, ma dopo il sequestrato di Sant'Ippolito, la banda si è estesa anche in altre zone, principalmente tra Bologna e Rovigo. La produzione delle foglie di marijuana avveniva in maniera intensiva, quasi industriale. Per avere un'idea, basti pensare che nella giornata di ieri i Carabinieri hanno messo sotto sequestrato tre capannoni a Prato contenenti complessivamente 9mila piantine e 27 chilogrammi di erba già confezionata.

Un affare estremamente redditizio, se consideriamo che nel Regno Unito la marijuana venduta per strada può arrivare a costare – secondo stime effettuate dagli investigatori irlandesi – fino a 20 sterline al grammo, cioè poco più di 27 euro. Ecco perché i trafficanti non erano minimamente interessati a piazzare la roba in Italia. Nel nostro Paese infatti, avveniva solo la produzione e la spedizione. Per far arrivare la droga all'estero l'organizzazione utilizzava un normale spedizioniere, con sede nella chinatown pratese. L'ignaro corriere in sostanza, prendeva in consegna il pacco, sempre di dieci chili, e lo spediva in aerei cargo in partenza generalmente da Pisa. Si parla di una spedizione almeno ogni sette-dieci giorni, per un totale stimato di oltre 800 chili arrivati a destinazione. Il tutto sotto un velo di apparente legalità, anche perché i pacchi venivano spediti regolarmente, e riuscivano a superare i controlli della dogana e dei cani antidroga grazie ad un efficiente sistema di confezionamento sottovuoto che rendeva inodore il contenuto.

Tirando le fila di questa vicenda possiamo dire che tutto quanto descritto finora è abbastanza anomalo per Prato. Fino ad oggi infatti, abbiamo parlato dell'illegalità cinese nei termini di confezioni abusive, ditte fantasma e illegalità di vario genere, dal gioco d'azzardo alla prostituzione. Questa operazione però, prima in Italia in queste dimensioni – come ha sottolineato il capitano Vitantonio Sisto del Nucleo Investigativo di Prato – dimostra che è in atto una sorta di riorganizzazione, e che anche i cinesi si stanno spostando verso il redditizio business del traffico di droga, applicando ad esso lo stesso modello fino ad oggi utilizzato nel manifatturiero. Creando cioè una vera e propria filiera produttiva, capace di produrre ventiquattro ore su ventiquattro, con un massiccio sfruttamento di manodopera e a prezzi in grado di abbattere qualsiasi forma di “concorrenza”. Che sia in atto una rivoluzione è ancora presto per dirlo. Certo è che qualcosa si muove.

 

 

 

 

 

 

 

 

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