MONTEMURLO

Lunedì, 12 Novembre 2018 10:51

Vernio, confronto su maternità e lavoro in carcere

Le detenute sono solo il 4%

VERNIO - Anche il carcere, come tante altre istituzioni, è pensato su un modello maschile: per le donne detenute, senza il riconoscimento di una specificità di genere, l’esperienza carceraria è ancora più dura.

E’ una delle problematiche emerse sabato nel confronto organizzato a Vernio in occasione della festa del patrono, San Leonardo, che è anche protettore dei carcerati.

L’iniziativa era promossa dal Comune di Vernio e dalla parrocchia di San Quirico con Confartigianato Donne Impresa e il Movimento per la vita di Prato. Dopo il saluto del sindaco, Giovanni Morganti, che ha ricordato l’impegno del Comune di Vernio nell’approfondite le problematiche carcerarie, sono intervenute - moderate da Maria Cristina Caputi, giornalista della Voce - Elena Augustin, avvocato penalista, Cristina Pacini di Donne impresa - Confartigianato, Benedetta Nuti, presidente del Movimento della vita, Maria Bruschetta funzionaria giuridico pedagogica del sistema carcerario, Ione Toccafondi garante dei diritti delle persone private della libertà personale, e Francesco Lisci , ispettore superiore della polizia penitenziaria. L’iniziativa è stata organizzata dall’assessore alla Cultura, Maria Lucarini.

In Italia le carceri femminili sono quattro (Trani, Pozzuoli, Roma-Rebibbia, Venezia-Giudecca) e 50 le sezioni femminili di carceri maschili, mentre le donne rappresentano circa il 4% della popolazione sottoposta a detenzione.

L’ordinamento penitenziario è costruito su un modello maschile. L’avvocato Augustin ha evidenziato che solo le detenute madri hanno tutele diverse dagli uomini e ha auspicato che venga concretamente riconosciuta la differenza di genere. Si è parlato anche di detenute madri e di presenza dei minori (di età inferiore ai tre anni) in carcere. Ione Toccafondi ha insistito sulla necessità di rafforzare l’Istituto degli Icam, cioè quelle strutture che, sul modello della casa-famiglia, sono in grado di accogliere madri e figli in un contesto adeguato a proteggere e far crescere i piccoli.

Molti interventi hanno messo in evidenza la funzione fondamentale del lavoro nel processo di rieducazione. Non mancano le esperienze pilota in questo ambito come quelle promosse dalla Caritas (Non solo carcere) e il progetto Quid di Confartigianato che inserisce le donne in un’attività di produzione di abbigliamento.

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