PISTOIA

Venerdì, 08 Marzo 2019 18:13

Nel carcere di Santa Caterina in Brana con gli avvocati pistoiesi

nella foto al centro Cecilia Turco, presidente dell'ordine degli avvocati di Pistoia nella foto al centro Cecilia Turco, presidente dell'ordine degli avvocati di Pistoia foto Gina Nesti

Sono circa 90 i detenuti, più della metà extracomunitari

di Ilaria Lumini

PISTOIA – La festa della donna, stamani, è stata festeggiata al carcere di Santa Caterina in Brana di Pistoia.

Un carcere maschile (sono circa 90 detenuti, pena massima cinque anni - reclusi nella casa circondariale di via dei Macelli) diretto da una donna, Loredana Stafanelli, e con cinque operatrici di Polizia Penitenziaria su un organico di 53 unità.

Ed è stata la presidente dell’ordine degli avvocati di Pistoia, Cecilia Turco, a richiedere la visita e ad accompagnare - assieme al comandante del reparto di Polizia Penitenziaria, Mario Salzano – il consiglio dell’ordine in un percorso iniziato già con Immaginati Avvocato (l’anno scorso era stata organizzata una cena in carcere con magistrati, avvocati e detenuti).

Un viaggio, quello di oggi, percorrendo i corridoi, visitando la biblioteca, la palestra e il campo sportivo. Fino alle camere detentive.

“Ringrazio a nome dell’ordine degli avvocati di Pistoia la direzione del carcere per questa visita – ha sottolineato la presidente (a Pistoia la prima in questo delicato ruolo) Cecilia Turco - Oggi, festa della Donna, siamo qui per rendere omaggio a tutto il personale femminile. Il carcere è un luogo di pena, un luogo duro, un luogo di lavoro. Noi avvocati abbiamo a cuore, come i poliziotti della penitenziaria, i principi della nostra Costituzione. La difesa è il nostro lavoro, senza il nostro lavoro tutto sarebbe più ingiusto”.

Il carcere di Santa Caterina in Brana.

La grossa porta automatica di colore rosso, in ferro pesante, è l’entrata del carcere di Pistoia. E’ un carcere piccolo con quattro reparti destinati alla media sicurezza, alla semilibertà, al transito-isolamento ed alla custodia attenuata.

L’istituto, costruito negli anni ’30, è stato riaperto dopo la chiusura di un anno e mezzo per i danni causati dalla bufera di vento del 5 marzo 2015.

Sono una novantina, i detenuti al Santa Caterina in Brana e oltre la metà sono extracomunitari. Quasi tutti sono dentro per droga. “Gli italiani – ci spiega una poliziotta – oltre alla droga, sono in carcere per reati finanziari o per stalking”.

La maggior parte di loro sono giovani, dai 20 ai 40 anni. Il più anziano ne ha 88, ed è pistoiese.

I corridoi del carcere hanno le pareti chiare. Le porte delle camere detentive sono verdi. Al piano terra ci sono celle da due posti. Al piano superiore arrivano fino a sei: tre letti a castello, un tavolo con sedie, due armadietti per ogni detenuto, un bagno, un piccolo cucinotto con fornellino da campeggio e televisione. Sono gli stessi detenuti che si occupano quotidianamente della pulizia della cella (oltre alle pulizie previste settimanalmente dalla struttura carceraria).

Poi c’è la biblioteca con il sistema di catalogazione dei libri della biblioteca San Giorgio, la palestra che è sia teatro, che luogo di svago (c’è un biliardino). Una sala polivalente quindi che avrebbe bisogno di qualche miglioria: non ci sono termosifoni, i bagni non funzionano, la pavimentazione è da rifare; una spesa di circa 50mila euro.

Poi c’è il piccolo campo sportivo, dove per due volte la settimana i detenuti giocano a calcetto e una volta a settimana la ginnastica.

Al carcere di Santa Caterina in Brana i detenuti si autogesticono. Un’autogestione tenuta sempre sotto controllo dai poliziotti della penitenziaria.

Le camere detentive si aprono alle 8 e fino alle 19 il detenuto è libero di andare dove vuole nella struttura: in biblioteca, in palestra, al campo sportivo.

La settimana è scandita dai colloqui con l’avvocato, o dalla visita di qualche familiare. C’è il corso di italiano, che per tanti è un vero e proprio corso di alfabetizzazione.

C’è un piccolo giardinetto con i giochi per bambini, per quando i figli vengono a trovare i loro padri.

C’è una chiesa. La maggior parte dei detenuti è di religione cristiana, ce ne sono solo tre del Maghreb e quindi la presenza dell’Imam non è richiesta. 

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