PISTOIA

Venerdì, 22 Febbraio 2019 15:55

Aids e Hiv, gli stereotipi e le migrazioni

Se ne è parlato al circolo Arci Le Fornaci

di Marta Meli

PISTOIA – Siamo parte di una società che si sente fortemente minacciata. Stiamo vivendo un momento storico nel quale alcune persone non sono considerate tali, perché le identifichiamo come mali, personificazioni di malattie. E da qui si radica il senso di allarmismo, come “la grande minaccia” o, per usare il termine di Bauman, “il demone della paura”.

Ne sono un tipico esempio le malattie sessualmente trasmissibili, la cui informazione sembra essere costantemente minata dal problema comune degli stereotipi e dalla cattiva narrazione sulle migrazione.

È questo il macro-tema affrontato, ieri sera, al circolo ARCI di Pistoia. Il Centro di Salute Globale della Regione Toscana ha organizzato una serata di approfondimento sul tema delle malattie sessualmente trasmissibili con un focus sullo stereotipo legato alle migrazioni. A parlarne sono stati Annamaria Fantauzzi, docente di Antropologia Medica e Culturale dell'Università di Torino e Massimo Di Pietro, dirigente/coordinatore Malattie infettive USL Toscana Centro. L’evento è stato finanziato dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo sviluppo.

“Negli ultimi anni il Centro di Salute Globale, attraverso il Mayer, si è occupato di un progetto riguardante il tema dei fenomeni migratori – ha detto Costanza Barucci, del Centro di Salute Globale – l’obbiettivo principale dell’iniziativa è quello di diffondere quanta più informazione e sensibilizzazione sul territorio regionale, ma anche individuare le criticità del sistema sanitario, in modo da orientare efficientemente i progetti futuri”.

Durante l’incontro è stato approfondito l'aspetto culturale che contraddistingue l'approccio a queste tematiche, cercando però di ricostruire quella lettura comune del fenomeno che riguarda tutti senza distinzioni. Perché come emerge da molte ricerche il ritorno nel dibattito pubblico di queste malattie non è legato alle migrazioni ma, principalmente, alla scarsa informazione sul tema.

La dottoressa Annamaria Fantauzzi ha mostrato ai partecipanti alcune foto (e immagini) molto forti e alquanto significative, che parlano da sole. Le fotografie provengono dall’effettiva esperienza sul campo, tramite la tecnica della ricerca etnografica. L’antropologia, come anche le scienze sociali, tendono ad andare in profondità partendo molto spesso da quello che ci appare come banale o scontato. “Gli antropologi sono i mercanti dello stupore – afferma Annamaria Fantauzzi – ma più che di empatia dovremmo parlare di exotopia, ovvero quella capacità di comprendere la sofferenza degli altri, consapevoli del fatto che si è comunque esterni a quella esperienza emotiva”.

Uno dei primi concetti affrontati è stato quello di “violenza strutturale”, ossia la disuguaglianza nell’accesso alle risorse, nel caso specifico quelle per la cura della persona. Tale disparità è conseguenza di una principale causa: la disuguaglianza economica e sociale. Dalle immagini erompono storie di dolore e violenza, come quella di una ragazza costretta a prostituirsi in modo da procurarsi le risorse per le cure della madre. Oppure quella di un bambino cieco (a causa di un’infezione) distante ben 140 km dai farmaci che potrebbero alleviare il dolore. Inquietante è anche la storia di Nyeri, città del Kenya, dove una ragazza ha dei funghi al posto dei piedi, e questo perché non ha mai visto il sapone per lavarsi. Questa stessa ragazza ha una forte instabilità mentale, vive in isolamento, per sua volontà, si nutre con l’erba che ha intorno. Ciò, è causa della totale violenza strutturale inflitta.

“Non è semplice mantenere l’integrità professionale – ha aggiunto Annamaria Fantauzzi – specialmente quando ti ritrovi nelle acque libiche, dove ci sono inglesi, francesi, italiani, difronte ad una giovane donna, stuprata, lacerata, mentre suo figlio la guardava, alla quale dovrai dire che la persona che cerca, il suo bambino, è stato affogato nelle acque come un vecchio straccio, perché piangeva e gridava della violenza subita da sua madre”.

Ascoltare queste narrazioni biografiche può facilitare la comprensione di quello che è il disturbo post-traumatico da stress. Un disturbo che riguarda tutti i migranti. Spesso questo tipo di informazione non arriva a tutti, lascia lo spazio al dominio degli stereotipi, dei pregiudizi, difficilmente de-costruibili. Dovremmo attivarci, per capire, conoscere? Si, perché la disinformazione si sta sempre più diffondendo ricreando idee che nell’immaginario comune si stabilizzano, normalizzano, diventano luoghi comuni. Ed è da qui che non si pensano più le persone, ma si ragiona in termini di “provenienza”, “etnia”, “colore”, per non dire “razza”. Questo perché il così detto “sentito dire” si infiltra e trova spazio nelle menti e nei pensieri molto più velocemente e agevolmente della cultura dell’informazione.

L’HIV proviene dalla scimmia, che dagli anni ’30, ha iniziato a trasmettere all’uomo. Tra gli effetti negativi della Globalizzazione c’è la velocizzazione nella diffusione di malattie. Il 60% delle infezioni emergenti è di tipo zoonotico, ovvero di causa animale e che in 40/50 anni sono passate all’uomo. Adesso è tutto più immediato. La trasmissione di questa malattia può avvenire verticalmente (madri incinte), per infezione (trasfusione del sangue), per uso di siringhe e, la più comune, tramite rapporti sessuali. Le nuove generazioni, spesso, non sanno cosa abbia significato l’AIDS negli Stati Unifi a metà degli anni ’90: era la prima causa di morte tra i giovani uomini. Ancora oggi, troppe persone scoprono troppo tardi di avere l’infezione da HIV. In Toscana, ogni anno, sono presenti nuove diagnosi di persone che non consapevolmente trasmettono l’infezione. Al momento, nella zona USL Toscana Centro, sono in cura 3500 pazienti che non trasmettono più il virus. Nel 2017, 5 sono stati i nuovi pazienti a Firenze.

“L’HIV è presente soprattutto tra gli europei, ma anche tra i migranti – ha spiegato il Dott. Di Pietro – sono i dati a confermarlo, una curva crescente tra le popolazioni occidentali dove la malattia riguarda soprattutto i giovani adulti maschi, la crescita esponenziale è assente invece negli altri paesi, dove la proporzionalità della curva è maggiore”.

“È necessario e importante fare informazione sul rischio di infettarsi e capirne le cause, le ragioni – ha concluso il dottore – combattere l’ignoranza per combattere la paura, specie se infondata, combattere il silenzio per combattere la morte da infezione”.
Dovremmo per questo renderci quanto più consapevoli delle differenti culture, del valore della persona, della dignità, dei diversi codici che abbiamo per leggere e interpretare la realtà. Dovremmo dotarci dei giusti strumenti per intervenire in via risolutiva, per quanto difficile possa sembrare. Dovremmo eliminare l’idea che il migrante che arriva in Italia sia foriero di malattie, di HIV. Se lo è dovremmo comprendere il motivo di quell’infezione, comunicare con lui, trovare un modo per renderlo cosciente del suo stato di malattia e di come funziona il nostro sistema nazionale.

“Quando curi una malattia – diceva Patch Adams – puoi vincere o perdere. Quando ti prendi cura di una persona vinci sempre”.

 

 

 

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