PISTOIA

Venerdì, 05 Ottobre 2018 16:49

Cosa è rimasto di Pistoia Capitale Italiana della Cultura

Intervista ad alcuni degli attori della cultura pistoiese

di Guendalina Ferri

PISTOIA – Per qualcuno la risposta è: la consapevolezza di quel che abbiamo in casa nostra. Per qualcun altro è l’opportunità data da una nuova rete di contatti. Un’idea di città, per altri ancora, o l’inedita capacità, per le varie realtà del territorio, di collaborare in completa sinergia. Per qualcun altro, la risposta è: poco. Un percorso interrotto, o addirittura una sfida che fin dall’inizio non è stata raccolta del tutto. Una parentesi.

La domanda, comunque, è: cosa è rimasto dell’anno di Pistoia come Capitale Italiana della Cultura? 

Claudio Rosati, comitato organizzatore di Pistoia Capitale Italiana della Cultura 2017.

“Secondo me il risultato più evidente è una maggiore consapevolezza del valore di Pistoia. Da parte di noi pistoiesi, in primo luogo”. La pensa così il professor Claudio Rosati, tra i promotori della candidatura di Pistoia.

Un’eredità, insomma, più che un inizio vero e proprio. “Certo, bisognerebbe dare continuità alla cosa – prosegue Rosati. – Gli investimenti hanno bisogno di tempi lunghi per essere efficaci. La logica del ministero, nello scegliere la nostra città come capitale della cultura, non si era concentrata solo sul patrimonio in sé, ma anche su come questo veniva fruito. Un’idea di città, insomma”.

E anche un’idea di cultura. “Perché la cultura non è solo il museo o la mostra. È anche la piazza vivibile, il verde. In questo contesto si inseriva, ad esempio, il progetto di un percorso pedonale nel verde che sarebbe dovuto partire da piazza San Francesco per poi toccare palazzo Fabroni, piazza del Carmine, fino a raggiungere e a comprendere tutta l’area dell’ex Ceppo. Insomma, l’intento era quello di concentrarsi non solo sulle bellezze da vantare, ma anche sui servizi e sul modo in cui la città poteva essere vissuta”.

Un percorso in parte avviato, in parte mai lanciato del tutto. “Servirebbe una pianificazione adeguata da parte degli enti locali – conclude Rosati – perché l’iniziativa privata è importantissima, ma ci vuole una regia”. 

Roberto Agnoletti, Centro Michelucci.

Il discorso sull’area ex Ceppo è senz’altro uno di quelli che tocca più da vicino Roberto Agnoletti, curatore del Centro di Documentazione Michelucci. Perché è lì che il Centro avrebbe dovuto, secondo una prima idea, trovare una nuova collocazione.

“All’interno dell’urban center – precisa Agnoletti. – Un luogo che avrebbe dovuto essere luogo di documentazione e discussione, un modo per definire il rapporto col territorio, per favorire il confronto tra cittadini e istituzioni. La casa della città, insomma. Su questo fronte, però, l’anno di Capitale della Cultura non lascia tracce”.

Perché di fatto l’idea dell’urban center è rimasta, appunto, solo un’idea. “Suppongo che saranno gli esperti stessi che si riattiveranno in quella direzione, magari in occasione dell’imminente scadenza del regolamento urbanistico – prosegue Agnoletti. – Anche se, alla luce di una possibile modifica dell’accordo sull’ex Ceppo, c’è l’ipotesi di una destinazione diversa dell’area. Il che rimetterebbe tutto in discussione”.

C’è da dire che quella dell’urban center è un’esperienza che avrebbe pochi simili in Italia. Perlomeno in una versione “pura”, così come immaginata in occasione dei progetti per Pistoia Capitale della Cultura. “In certi posti, col tempo, si è andati verso un carattere più museale, come è successo a Torino – spiega Agnoletti. – In altri casi il centro è stato assorbito nell’apparato comunale come parte dell’ufficio tecnico, in altri ancora è diventato più simile a un centro sociale. In una di queste declinazioni, in realtà, troviamo un urban center in quasi tutte le grandi città italiane. Un’esperienza più “pura”, e che funziona bene, si può trovare a Bologna”.

Per quanto riguarda il Centro Michelucci in sé, l’anno da capitale della cultura sarebbe potuto essere l’occasione per ampliarsi come archivio di documentazione e riproduzione dell’architettura pistoiese. Un’occasione che alla fine è venuta meno.

“Per quanto riguarda gli interventi tangibili sul patrimonio, mi vengono in mente casi come quello del restauro della chiesa di San Salvatore, o la riapertura della chiesa di San Pier Maggiore – prosegue Agnoletti. – Progetti discussi e anche avviati da tempo, che avrebbero dovuto avere nel 2017 il momento della svolta, che però non c’è stata. In questo senso, secondo me quello di Pistoia Capitale della Cultura è stato un percorso incompleto”.

D’altronde nei pensieri del comitato, fin dall’inizio, il 2017 non doveva comunque essere un anno eccezionale. “Doveva essere una lente d’ingrandimento su quello che già c’era e funzionava, prima di tutto. Doveva evidenziare quello che a Pistoia c’era, amplificandolo. L’impressione, però, è che non sia stato un punto di avvio. Dopo questo slancio, dato da eventi, mostre, convegni, si è tornati ai ritmi degli anni precedenti”.

Una meteora, insomma, che lascia un bagaglio di esperienza sia per gli operatori che per i cittadini. Ma di fatto pur sempre una meteora. “Il 2017 è stato un anno di grandi mostre – conclude Agnoletti. – Mostre parecchio impegnative in termine di costi, tempi, oggetti raccolti. Al momento ho la sensazione che si preferisca accogliere iniziative più modeste, anche da un punto di vista economico. Manca un ruolo propositivo”. 

Alessandro Pagnini, Uniser.

Se c’è una realtà a cui l’anno di capitale della cultura ha fatto bene, questa è Uniser. “Perché ci ha permesso di avviare una serie di collaborazioni importanti” specifica il professor Alessandro Pagnini, presidente del polo universitario.

L’esperienza del 2017 per Uniser ha avuto il suo culmine in un evento al quale hanno preso parte studiosi e esperti provenienti da Canada, Australia, Stati Uniti. “Si parlava di paesaggio, rischio, salute. Temi che interessano molto il nostro territorio”. Da quell’incontro si è passati a una collaborazione vera e propria tra atenei. 

“A Pistoia arriveranno studenti provenienti da università statunitensi. Addirittura dalla prestigiosa università di Harvard – sottolinea Pagnini. – Si concentreranno su verde e sostenibilità. Insomma, Pistoia per certe tematiche diventa un punto di riferimento. Mi è difficile parlare dell’intera esperienza di Pistoia Capitale della Cultura, perché non sono stato direttamente tra gli organizzatori. Ma per quanto riguarda Uniser, sono molto contento: il 2017 ha rappresentato un punto di partenza”. 

Fabrizio Zollo, Via del Vento Edizioni.

Secondo Fabrizio Zollo, della casa editrice pistoiese Via del Vento, “quella di Pistoia capitale italiana della cultura è stata un’occasione e una sfida non raccolta nelle sue potenzialità”. Fin dall’inizio. Pochi eventi veramente di rilievo e manifestazioni legate perlopiù legate ad attività istituzionali come quelle della San Giorgio – “anche se con un programma intensissimo, per la verità, merito della brava Rasetti” (Maria Stella Rasetti, direttrice della biblioteca San Giorgio, ndr) – a quella dell’ATP, ai Dialoghi sull’Uomo, al Blues.

“Sono mancate, a mio avviso, almeno due importanti mostre di arte figurativa di richiamo internazionale, sulla scia di quanto viene realizzato ormai da molti anni da città anche più piccole di Pistoia, come Treviso e Rovereto” prosegue l’editore.

È con queste premesse che la ricaduta nel 2018 degli effetti di “Pistoia capitale” sembrerebbe piuttosto modesta, “dal momento che inferiore alle aspettative è stata l’offerta nel 2017. E soprattutto non si è seminato per rendere fattivo un tessuto stabile di spazi deputati alla cultura, in città, che pure ci sarebbero. Mancano le idee, manca l’iniziativa – conclude Zollo. – I pistoiesi, e chiunque arrivi da fuori, dovrebbero trovare ogni giorno dieci mostre attive in altrettanti spazi. Serve un’offerta stabile, per quanto riguarda la cultura, all’altezza delle potenzialità che la nostra città è in grado di esprimere”. 

Alessio Colomeiciuc, ex presidente Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia.  

“La nomina di Pistoia a capitale italiana della cultura è stata il principale frutto di un’operosa e prolungata collaborazione fra il comune e le principali istituzioni pubbliche e private locali” esordisce l’avvocato Alessio Colomeiciuc, fino allo scorso gennaio alla guida della Cassa di Risparmio. Una delle istituzioni che avevano collaborato in quell’occasione, per l’appunto: “Una collaborazione animata dall’ambizione di reagire al grave declino della nostra provincia, avviando un ‘rinascimento pistoiese’ fondato su una moderna economia del terziario. Con al centro, ovviamente, l’arte, la cultura e il verde”.

Questo il punto di partenza. E per quanto riguarda il punto d’arrivo – o perlomeno quello a cui siamo adesso: “Non ho elementi per valutare se e come, nel 2018, siano state colte ed incrementate le opportunità offerte dal 2017. Ma non ho dubbi che, fuori dall’innovativo e lungimirante contesto emerso negli anni scorsi, l’ambizione di un ‘rinascimento pistoiese’ sia destinata a divenire obiettivamente insostenibile, con inevitabili conseguenze anche sul declino del nostro territorio”. 

Alessandro Tomasi, assessore alla cultura e sindaco di Pistoia.

Secondo Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia con deleghe alle attività culturali, i lasciti di Pistoia capitale della cultura sono fondamentalmente due.

“Il 2017 ha fatto accendere i riflettori sulla città. E così facendo, ne ha anche messo in luce le debolezze, di cui adesso abbiamo consapevolezza: penso soprattutto alla carenza nella comunicazione e nella promozione dello stesso ruolo di Pistoia capitale – spiega Tomasi. – Così come ci sarà da migliorare la fruibilità turistica del territorio”.

Ma dell’esperienza del 2017 rimane anche un tavolo che coinvolgerà tutti gli attori principali di Pistoia capitale della cultura – “Il Comune, la Camera di commercio, la Fondazione Caript, la Curia…” – e che, coordinato dal presidente dell’ATP Giuseppe Gherpelli e formatosi negli ultimi tempi, servirà a elaborare un piano strategico per la cultura: “Una cosa che non va assolutamente persa dell’anno come capitale della cultura è la sinergia che si è creata tra le varie realtà protagoniste” sottolinea Tomasi.

I primi risultati del tavolo si vedranno probabilmente a partire dal 2019. Per quanto riguarda il 2018, e con lui la sensazione che tutto abbia rallentato, le motivazioni sarebbero da ricercarsi in una precisa volontà dell’amministrazione. “I primi mesi dell’anno, oltre a rendicontare al ministero quanto era stato fatto nel 2017, sono stati impiegati per riformare profondamente gli statuti del teatro Bolognini, del Centro Italiano di Studi di Storia e d’Arte, dell’Associazione Teatrale Pistoiese – sottolinea il sindaco. – Un lavoro silenzioso ma necessario. Si parla di statuti che erano sempre gli stessi, uguali, da almeno vent’anni. E con loro l’intero sistema culturale. C’è bisogno di ripensare tutto”.

L’evento più importante dell’anno, probabilmente, è quello in arrivo alla fine di ottobre: “L’anno che verrà: i libri che leggeremo”, organizzato dalla biblioteca San Giorgio, che vedrà protagonisti i principali editori italiani con le loro proposte per il 2019. “Un appuntamento che rappresenta un unicum e che potrebbe davvero diventare qualcosa di peculiare e distintivo per la città, se portato avanti negli anni – riprende Tomasi. – Ma penso anche al Festival di Storia Locale che si è tenuto la settimana scorsa alla Forteguerriana, per la prima volta. Senza dimenticare il Blues. Gli eventi, anche grandi, non mancano e non mancheranno”.

Il che, però, rimanda anche a quello che puntualizzava il professor Rosati: ben vengano le iniziative singole, nate qua e là, “dal basso”. Ma come fare se manca una regia, un ruolo realmente propositivo da parte dell’amministrazione?

“Secondo noi deve funzionare proprio così – replica Tomasi. – Le iniziative devono partire dal basso. Ha senz’altro meno senso che sia io a proporre degli incontri, degli appuntamenti impostati in base a ciò che interessa o piace a me. Le idee che partono dal basso, appunto, dalle associazioni, dalle singole realtà, probabilmente dureranno anche più a lungo perché saranno slegate da questa o quell'amministrazione, da questo o quell'amministratore, il cui ruolo è ovviamente temporaneo”.  

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2 commenti

  • Link al commento bibi Sabato, 06 Ottobre 2018 11:02 inviato da bibi

    Cosa rimane ? Qualche turista spaesato che vaga in piazza duomo e nemmeno arriva alla ceramica del Ceppo , e qualche gruppo che fa lavorare qualche coraggiosa guida. Tanto "guamo" davanti a San Leone e i soliti ragazzetti in bici che vanno su una ruota sola.
    Musei statali e comunali non visibili e con presenze insignificanti .
    Tanti personaggi che si masturbano in infiniti bla bla bla , ed una occasione persa durante e poi.
    Viviamo di cascami occasionali e niente più. Per tutti il Giardino di Cino .....

    Rapporto
  • Link al commento Alvaro Sabato, 06 Ottobre 2018 09:20 inviato da Alvaro

    Il lavoro svolta nei 5 anni passati cioè alla guida Bertinelli e stato enorme poi purtroppo si incominciato a smontare i buoni propositi di una piccola bella città poco conosciuta purtroppo

    Rapporto

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