PISTOIA

Martedì, 14 Novembre 2017 07:17

Don Vincenzo Russo: il sistema carcerario che non rieduca spiegato ai giovani

PISTOIA – Ultimo atto della 35ma edizione del Premio La Pira promosso e organizzato dal Centro Studi “G. Donati”.

Alcune classi del Liceo classico hanno partecipato all’incontro con il cappellano del carcere fiorentino di Sollicciano, don Vincenzo Russo, e due ex detenuti, Cataldo e Franco.

Il tema dell’incontro dal titolo “Visitare i carcerati” era quello della vita e delle condizioni di vita nelle carceri.

Una testimonianza accompagnata da un video realizzato dagli stessi carcerati ha impietosamente descritto le condizioni disumane nelle quali sono costretti, fra sovraffollamento e mancanza di una reale possibilità di pene alternative alla detenzione.

Gli studenti molto interessati a un tema poco affrontato nelle scuole, per non dire totalmente dimenticato, hanno partecipato con riflessioni e domande che sono andate subito a cogliere il centro della questione: cosa è il carcere al di là di quello che del carcere si dice.

Ci sono delle situazione “carcerogene” dice Franco che con questa parola crea un neologismo capace di legare la malattia alle condizioni di vita di dove il recluso è costretto a vivere a causa delle scelte sbagliate fatte, come lui stesso ammette.

Dentro il carcere, c’è il segreto della vita fuori dal carcere”, afferma con forza don Vincenzo: mancanza di lavoro, emarginazione, disagio sociale. È il luogo che dovrebbe essere l’occasione di reinserimento del condannato all’interno della società, come la stessa costituzione italiana afferma in modo chiaro e netto, e che invece diventa l’esperienza della disumanità dove si è costretti a pagare moltiplicati gli errori fatti.

Il carcere diventa così generatore di ingiustizia. Condizioni carcerarie diverse, modalità alternative per scontare la pena, differenti politiche che siano più attente al carcerato che rimane uomo anche quando colpevole, sono i passi che una società moderna e civile dovrebbe compiere per potersi dichiarare tale a tutti gli effetti, in una valorizzazione di quel bello che è presente anche nelle periferie della società.

E compiere finalmente il passaggio dalla reclusione mortifera della cella chiusa a una ritrovata dignità che si esprime nel poter rientrare in possesso delle chiavi per liberare finalmente e definitivamente la propria vita.

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