Venerdì, 12 Aprile 2019 18:31

Il salato, l’amaro, il piccante e il dolce: le spezie della vita

Da sinistra, Martina Notari e Donatella Moica Da sinistra, Martina Notari e Donatella Moica Foto Image comunicazione

di Gina Nesti

PISTOIA- La scrittrice Donatella Moica ha inaugurato il primo appuntamento con “Le storie nel piatto de La Bettola” raccontandosi al microfono della giornalista Martina Notari.

Un racconto alternato a brani dei suoi ultimi libri (La forma della neve e Seconda Navigazione), letti da Dora Donarelli.

Una proposta singolare e innovativa quella di Paola Pazzaglia  (nella foto a sinistra con Martina Notari) e Antonella Ghilardi, titolari del locale, che hanno voluto legare l’arte del cibo alla cultura.

Donatella Moica ha scelto di raccontarsi attraverso i sapori, un racconto di vita con le sue tante sfaccettature, abbinando gli avvenimenti al salato, all’ amaro, al piccante e al dolce.

Viaggiatrice, imprenditrice e scrittrice, la vita di Moica è caratterizzata dalla passione e dalla voglia di esplorare sempre nuovi orizzonti, e scrivendo ha trovato la vera libertà.

Donatella Moica è nata cinquant’anni fa in Sardegna e durante la serata ha raccontato quella sua terra descrivendola aspra, difficile da entrarvi in relazione. Una terra altèra che non dà niente e richiede generosità estrema. Viverci vuol dire amarla, pur sapendo che non potrà mai diventare tua in qualche modo. Una terra con tante difficoltà per le persone che hanno deciso di restare. Sterile, poco fertile, con poca acqua. Il rapporto con la sua terra è sempre stato un conflitto: amore e odio, che rivive puntualmente ogni volta che ci torna.

“Amo e odio fortemente la mia terra – ha confessato la scrittrice - non riesco a trovare un compromesso, un equilibrio con lei”.

Il salato

Il sapore salato lo lega al mare, alla sua infanzia alle emozioni di quando, piccolissima, guardava la distesa d’acqua, l’orizzonte proprio come Leopardi guardava la sua siepe, immaginando che cosa nascondeva al suo sguardo, così lei davanti al mare sognava, immaginava oltre la linea dell’orizzonte .

“Quell’orizzonte che era davanti a me poneva un confine, il mio limite - ha raccontato Moica - Al di là dell’orizzonte c’era tutto e di qua c’ero io che non ero niente, mi sentivo nessuno. Quel mare era il mio confine, mi limitava, mi impediva di essere altro, di andare altrove”.

Il primo giorno di scuola quando gli chiesero quale sarebbe stato il mestiere che avrebbe voluto fare da grande, rispose: la scrittrice. Tutti risero.

“Ero la più grande di tre figli – ha ricordato - e mia madre per farmi stare buona e poter accudire ai figli più piccoli, mi metteva a scrivere. Scrivi mi diceva. E scrivere era l’unico mestiere che conoscevo e che avrei voluto fare da grande. In seconda elementare mi resi conto che forse fare la scrittrice era complicato, allora cambiai idea e decisi che avrei fatto l’astronauta”.

La bambina spesso sopra le righe, molto solitaria che passava il tempo a guardare il mare e fantasticare, intanto cresceva.

“In terza elementare ero bruttina – ha ricordato con un sorriso -, magrissima con la scoliosi, gli occhiali e l’apparecchio ai denti. Da solitaria qual ero mi isolai, diventai lo zimbello della scuola. E’ stata un’ infanzia veramente salata”.

Ma lei non si sentiva sola, aveva il mare. Ci parlava, si confidava,senza ottenere mai una risposta. Quel mare non si apriva a lei, non c’erano via di fuga, la teneva confinata in quel carcere che era la sua isola.

“Il primo angelo della mia vita è stata una maestra, mi regalò un libro, “Il Piccolo principe” e una tessera per frequentare la biblioteca del Comune. Grazie a lei mi si è aperto il mondo dei libri, passavo le mie giornate a leggere. Ed è allora che il mare diventò un mio nemico, perché se tutto quello che leggevo sui libri accadeva al di la del mare di quell’orizzonte e nella mia terra non accadeva niente, il mare lo vidi veramente come il mio confine”.

Gli anni passavano, punteggiati da molte le difficoltà familiari: il divorzio dei genitori, il padre si sentiva un uomo libero, la madre era radicata alla sua terra, un contrasto non da poco per la piccola Donatella.

“Alle scuole medie arrivai veramente a sognare di andare via da quella terra, l’anima gitana dentro di me aveva voglia di andare”.

A quindici anni la madre le permette di fare la carta d’identità, un momento veramente importante, la spinta per iniziare a viaggiare. Vola in Australia.

“Mi sono diplomata in Australia, ho vissuto nei tre continenti e da quel giorno la mia vita non si è più fermata. Un’ altra svolta importante per la mia vita c’è stata a 19 anni, quando ho incontrato la subacquea. Ho voluto scoprire che cosa nascondeva la profondità di quel mare che aveva confinato l’infanzia sull’isola natia”.

Andando sott’acqua, Donatella scopre che quel mare che aveva considerato un limite la accoglie, che può stare dentro quel mare che considerava un limite, e se il mare la ospita, quel limite era solo dentro di lei.

“Quell’esperienza mi fece capire che tutto quello che voglio fare lo posso fare, non c’è confine, dipende esclusivamente da me. Ho voluto conoscere, scoprire. A quel punto le cose presero una svolta diversa, il mare mi nutre. Per anni ho fatto l’istruttrice subacquea, vivo di turismo legato al mare, il mare non solo mi ha accolto ma mi ha dato da mangiare per tanto tempo”.

Il salato si trasforma anche un po’ in amaro. C’è sempre il risvolto della medaglia tutto questo andare oltre il limite comporta amarezza.

L’amaro

“Mi definisco zingara – confessa -, l’anima gitana che mi ha spinto a viaggiare, mi ha fatto scoprire, esplorare, mettere in discussione, imparare cose nuove, nuove lingue. Andare è stato facile rimanere nei luoghi è stato più difficile. Ed è qui il risvolto della medaglia. Lasciare la Sardegna ha voluto dire lasciare mia madre, i miei fratelli, ho fatto delle scelte e continuo a farne”

Per ogni strada che prendiamo c’è ne è una che lasciamo.

“Quando si capisce che le cose che accadono ti danno tanto ma ti tolgono via altrettanto, ti rimane un piccolo sapore amaro. A volte vorrei restare, ma è più forte la voglia di continuare ad esplorare a conoscere, altrimenti ti spegni”.

Donatella ha scelto di fermarsi quando ha deciso di diventata madre, per forza di cose le priorità cambiano, l’amore materno è più forte e importante, un figlio ha bisogno della madre. E lei sa che è lì che deve stare.

L’amore si dà e si riceve e le persone importanti della sua vita la amano profondamente e lo hanno dimostrato con i gesti veri e anche di rinuncia.

“Mia figlia ha diciotto anni ha spiegato -, qualche mese fa mi ha detto:’Mamma facciamo tutte e due lo stesso tatuaggio che sia per sempre’. Ho acconsentito. Ha scelto una farfalla che ha disegnato lei. E mi ha detto: affinché come la farfalla, tu possa avere sempre ali per volare dove vuoi. L’amore riconosce sempre di quello che hai bisogno, così mia madre con la carta d’identità per farmi prendere il volo così mia figlia per farmi continuare a volare e posare su nuovi mondi, vivere nuove esperienze”.

Il piccante

Il piccante per Donatella corrisponde alla passione che mette in tutto quello che fa, il piccante lo associa ad una spezia: lo zafferano, legato alla sua infanzia, alla nonna.

“Quando ero piccolissima – ha ricordato – raccoglievo, insieme a mia nonna, i pistilli dello zafferano, poi mi bagnava le mani con olio di oliva e mi faceva massaggiare quei pistilli. Le mani mi diventavano rosse e il profumo era intenso. La nonna mi diceva che quella spezia era come l’oro. Lei aggiungeva lo zafferano nel ragù e ricordo questo profumo che si spandeva in tutta la stanza di quella casa molto semplice di contadini, e quel ragù, come una cosa preziosa. Questa è stata la prima spezia della mia infanzia”.

Donatella ha vissuto anche in Asia e di quella terra la spezia che ama è la cannella, che aggiunge a tutti i dolci che cucina.

Il dolce

Il sapore dolce nella vita di Donatella è questo periodo della vita.

“Sono stata una bambina, una giovane e una donna irrequieta. Ho avuto un’infanzia complicata, una malattia importante che mi ha fatto avere una fortissima paura di morire, ho avuto una separazione, ho lavorato, scritto, girato il mondo. Oggi posso dire di avere acquisito una grande consapevolezza. Mi ha aiutato molto anche scrivere ‘La forma della neve’, il secondo romanzo. L’idea era quella di raccontare la storia di una donna che viveva questa società liquida, post moderna. Scrivendo mi sono dovuta confrontare con l’effimero del tempo che passa, con la concezione negativa occidentale, con la paura di morire, di invecchiare, la paura delle perdite. Mentre scrivevo trovavo ovunque fiori di ciliegio, che poi ho scoperto essere, in Giappone, il simbolo nella filosofia zen del tempo che passa. Sono partita per il Giappone, dove ho fatto meditazione nei monasteri zen e dove ho capito che sono molto fortunata ad essere qua a poter festeggiare tra qualche giorno il mio compleanno. Provo una grande gioia ad essere viva, ho raggiunto una grande consapevolezza e gratitudine. E’ questa la parte più dolce della mia vita”.

 

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