Domenica, 11 Novembre 2018 17:36

Piazza San Francesco, un affresco di vita dentro la città

di Gina Nesti

Pistoia - Il luogo più “dolce” era la Confetteria Corsini. Ogni giorno, ad ogni ora assaporavo l’odore del cioccolato che mi arrivava in cucina direttamente dal laboratorio del negozio.

Abitavo in piazza San Francesco – o piazza Mazzini, secondo le abitudini - dove sono cresciuta, proprio sopra la confetteria, al numero civico 40.

Quel profumo ogni volta era come un turbine che mi avvolgeva e travolgeva stimolando i sensi. Quel profumo di cioccolato ha accompagnato tutta la mia infanzia. Anche oggi quel profumo ogni volta riesce a portarmi indietro nel tempo, in quegli anni.

Gli anni sessanta.

E la fantasia galoppa guidata dai ricordi. Mi affaccio alla finestra da dove scorgevo il laboratorio e quei macchinari che impastavano il cacao. La signora Corsini era sempre impeccabile, vestita di tutto punto con i capelli appuntati e pettinati alla perfezione e sulle labbra sempre il rossetto. Spesso giocavo con la nipote Ilaria Baroni e la sorellina più piccola Giorgia. Giocavamo a Campana sul marciapiede davanti alla confetteria. Disegnavamo le caselle sulle mattonelle con il gesso o con un sasso, dall’1 al 5 e dal 6 al 10. Il gioco consisteva nel tirare a turno il sasso, centrare la casella e andarlo a recuperare saltando con una gamba sola, da una casella all’altra senza pestare le righe che dividevano le caselle. Ma c’erano altri giochi: mosca cieca, nascondino, la bandierina, il dottore e il malato e poi quelle pazze corse a piedi o con le piccole biciclette, sul marciapiede o sulla piazza girando intorno alle vasche alle aiuole al monumento.

I luoghi dove hai trascorso l’infanzia, sono i luoghi del cuore, rimangono indelebili nella mente esattamente come erano nel tempo che li hai vissuti.

Da bambino tutto è accentuato, tutto sembra più grande e colorato, lo stesso luogo visto da adulto perde un po’ di quel colore e fascino e di quella grandezza che ricordavi. I miei genitori gestivano il Bar Moro (di recente bar Ducale). Le sere d’estate, sotto i due alberi davanti al bar i tavoli erano affollati di famiglie e bambini che mangiavano il gelato o bevevano l’aranciata San Pellegrino, con la cannuccia infilata in quelle bottigliette piccole e panciute. Qualche anno dopo mio padre lasciò quel bar e aprì, dall’altra parte della strada prima dell’ingresso di Porta al Borgo, un altro bar ristorante: Marco, dal nome di mio fratello.

Piccola e ribelle, sono cresciuta libera in quella piazza, insieme a tanti altri bambini: Patrizia, Cinzia, Federica, Arrigo, Sara, Giorgiana, Marco, Emanuela, Enrico, Gabriella, Daniela, Annalisa, Lorena, i fratelli Paolo e Rossella Chietti la quale, essendo un po’ di grande di noi, dava ripetizioni ai più piccoli.

Conoscevo alla perfezione ogni angolo della piazza e del Parterre e anche i dintorni: in largo Molinuzzo c'era il palazzone della Sip, un po’ più avanti verso via Petrocchi, c’erano i bozzi, che noi chiamavamo “bozzini”, doce qualche donna andava ancora a lavare i panni a mano.

La piazza era bellissima, come sono sempre più belle le cose nei ricordi; era coperta di ghiaia, e questo me lo ricordano i segni delle sbucciature che mi sono rimasti sulle ginocchia per le varie cadute nelle corse sfrenate insieme a gli altri bambini. Le aiuole erano curate alla perfezione, tutte coperte di erba e ornate da cespugli di bellissimi fiori colorati, in ogni aiuola si ergevano, distanziati, gli alberi. Le due vasche erano piene d’acqua fino al bordo e ospitavano tanti pesci rossi che nuotavano avanti e indietro, guizzando fuori dall’acqua quando gettavi loro qualche briciola. E quei meravigliosi salici piangenti ai due bordi della vasca, proprio sopra le fontanelle che gettavano spruzzi di acqua a ventaglio quasi a fare a gara tra di loro a chi arrivava più lontano. Da quei salici spesso ci cadevano addosso i bruchi, noi bambini ne avevamo paura. Le lucertole e le formiche scorrazzavano sulla vasca, nell’erba e i piccioni volavano da una parte all’altra della piazza. Se qualcuno buttava qualcosa arrivavano a decine alzando nuvole di polvere.

Negli inverni più freddi la vasca si ghiacciava e il salici si piegavano sotto il peso dei candelotti di ghiaccio, arrivando a sfiorare l’acqua ghiacciata nella vasca.

Quando scendeva la nebbia che avvolgeva la piazza, si scorgevano appena le ombre degli alberi, delle colonne e del monumento ai caduti, sembrava quasi che quel soldato nudo prendesse vita.

Era come vedere un film in bianco e nero.

I tigli come una collana di perle contornavano la piazza, il loro profumo in estate era inebriante. Allora nella piazza esistevano tre chiostri: uno di questi si trovava davanti alla chiesa di San Francesco, era gestito dal mitico Tiberio Drovandi e dalla moglie Enia , il figlio Enio, più grande di noi, faceva parte del gruppo di ragazzini. Tiberio era un omone grande e grosso con i baffi, una brava persona, la moglie era piccolina, indossava sempre una vestaglia rosa e aiutava Tiberio dietro il banco. I bomboloni con la crema erano la loro specialità, anche se quasi sempre la crema dentro il bombolone bisognava immaginarla. Dalla stessa parte della piazza c’era l’altro chiostro, proprio davanti alla Saca (oggi Copit), dove i pullman azzurri facevano sosta. Un pappagallo sul trespolo era l’attrazione per i bambini, fischiava a tutte le persone che passavano e poi in continuazione ripeteva il suo nome: Loreto.

C’era anche un biliardino grazie al quale mi guadagnai il nome di Boninsegna giocando con i ragazzi più grandi.

Da un juke box arrivavano le note di canzoni del tempo: “Città vuota” di Mina, “La Notte” di Adamo, “Fatti mandare dalla mamma” di Gianni Morandi, “Tutta mia la città” dell’Equipe 84, e le canzoni dei mitici Beatles. La più gettonata era “Tutta mia la città”, era diventata una sorta di mantra: “Tutta mia la città, un deserto che conosco… so che non verrai... questa notte un uomo piangerà”. Con 100 lire i ragazzi sceglievano tre canzoni da ascoltare e sognare. Il terzo chiostro era gestito da Nello, un signore alto, e dalla moglie una donna dalle misure enormi.

I dintorni di piazza San Francesco offrivano una notevole scelta di bar, a cominciare da quello dei miei genitori (dove nacque il primo club arancione di Pistoia), aperto da mio padre Ovidio, mia madre Gemma e mio fratello Marco. Tra i fondatori del club, Renato Giagnoni soprannominato “ricciolo” perché era pelato, i fratelli Gori, Cesare Caramelli, Mauro Arrighi soprannominato “Pucino”, Roberto Tronci, e qualche altro cliente tifoso della pistoiese di allora. Le partite si giocavano ancora nel campo di Monteoliveto, nel 1966 fu inaugurato lo stadio. Quando la Pistoiese giocava fuori casa, venivano organizzate le trasferte per i tifosi, Peppino Vannucci era sempre il primo a prenotare e durante il viaggio doveva stare vicino all’autista. Ogni sabato si raccoglievano le schedine dei clienti che giocavano alla Sisal. Al ristorante venivano a mangiare i giocatori della Pistoiese di allora: Morelli che poi ha giocato in serie A nella Sampdoria, Spoletini, Divina, Bertucco, Tonani. Ma non solo calciatori. Nel ristorante c’era anche un via vai di militari giovanissimi che venivano a pranzo o a cena. Pistoia era sede del Car (Centro addestramento reclute). Anche Gianni Morandi ha fatto il servizio di leva a Pistoia.

In quegli anni erano pochi ad avere la televisione in casa e la sera, sia in estate che in inverno, il bar si riempiva di gente che con un caffè godeva dei programmi televisivi, naturalmente in bianco e nero, diffusi dai due canali della Rai: il primo e il secondo. L’altro bar della piazza era il Bar Cino, gestito da Gino Merlini e la moglie, in futuro saranno aiutati dai figli Arrigo, Lorena e Sara, Gemma e Rita Una folla di tifosi si ritrovava davanti al bar a discutere della squadra del cuore e delle partite giocate. Vicino a Bar Cino, c’era il bar Volpi dove mio padre mandava un nostro cameriere con una bottiglia vuota a comprare 100 lire d’ombra di campanile. Povero ragazzo ci cascava ogni volta.

Poi anche il vecchio Bar Moro riaprì i battenti con lo storico proprietario di un tempo, il Moro, appunto. I negozi di allora avevano un fascino speciale: Paris Caramelli gestiva un generi alimentari insieme alla moglie Anna e il figlio Cesare. La notte producevano il pane per venderlo la mattina, il profumo del pane appena sfornato si sentiva da ogni dove. Poi c’era Adamo Giannini che aveva un negozio di elettrodomestici.

All’angolo con via Pappagalli c’era Roveso, un altro negozio di alimentari.

Le attività della piazza e dintorni erano molte: la cartoleria Bianchi gestita dalla madre di Piero, la parrucchiera Morena, l’orologiaio Gherardi, il barbiere Loris Mazzoni con il figlio Mauro, il Carrara, il fotografo Aurelio Amendola, la tabaccheria di Stanislao, il negozio di cornici del Barni, il negozio di ortofrutta di Cosimina che poi ha sposò Giovanni Breschi, mitico e indimenticato giocatore della Pistoiese, il macellaio Bellini, la gelateria Paluzzi, esattamente dove è ancora oggi, il ristorante Autotreni, Tonino, la pescheria Nerozzi.

Poi le attività ribattezzate dalla gente del tempo: il pucinaio, il carbonaio, l’ovaio e il mitico Romano che raccoglieva i cenci insieme a suo padre, Pinzauti l’ombrellaio.

Una piazza e una zona ricchissime di attività che richiamavano tanta gente, e tante auto. Bellissime erano le macchine parcheggiate intorno alla piazza: le Fiat 500 e 600 con gli sportelli che si aprivano dalla parte davanti e le 1100, i furgoncini e poi le Vespe e le Lambrette. La caserma dei vigili del fuoco era all’inizio di Corso Gramsci, e da una parte della piazza si vedevano le partenze delle autobotti e delle Campagnole a sirene spiegate.

Da piazza Mazzini passavano spessissimo anche le ambulanze per raggiungere il pronto soccorso dell’ospedale del Ceppo.

Una piazza sempre piena di vita.

In estate il cocomeraio allestiva il banco su un lato della piazza, i cocomeri erano tenuti in grossi recipienti pieni di acqua e ghiaccio.

Ma non era solo la piazza li luogo dei giochi. Noi bambini andavamo anche sul Parterre, era bellissimo, con il Pantheon e le colonne al centro, sembrava di salire in Paradiso. La vasca con la fontana era sempre piena d’acqua e spesso traboccava raggiungendo le scale per poi scendere fino alla strada sottostante. La fontana aveva quattro bocche di animale, ma solo una erogava l’acqua. A noi bambini piaceva bere da quella bocca, ma per arrivare alla fontana dovevamo tenere una gamba sul bordo della vasca e con l’altra scavalcare l’acqua per raggiungere un angolo della fontana dove appoggiavamo il piede. Spesso il piede scivolava e si cadeva nell’acqua. Sul bordo della vasca si giocava a tappini. Prendevamo i tappi dell’aranciata San Pellegrino, quelli con la stella, si riempivano di terra bagnata e quando la terra era seccata iniziava il gioco. Si tirava il tappino unendo pollice e indice. Il tappo non doveva cadere dal bordo della vasca.

Sotto il Parterre c’era il mercato, dall’alto si vedevano le cassette della frutta e montagne di cocomeri. Il pomeriggio era chiuso e Daniele, un ragazzino, si arrampicava, scavalcava la recinzione passando dall’altra parte, prendeva un cocomero che poi mangiavano tutti insieme. Si trattava di piccoli furti da ragazzi. In autunno, puntuale, arrivava il Santoni e sul Parterre montava la pista dell’autoscontro. Un via vai continuo di ragazzini che facevano a gara per fare una corsa su quelle macchinine a due posti.

Era divertente.

Compravi i gettoni e via a dare colpi alle altre macchine cercando di evitare quelle che stavano per venirti addosso. Qualche volta i colpi che ricevevi dai ragazzi più grandi erano talmente forti che qualcuno si faceva male: bocche e nasi sanguinanti non erano infrequenti. Serafino era il ragazzo che lavorava per il Santoni, era addetto alla sicurezza. Aveva gli occhi storti, baffi folti capelli lunghi, volava da una macchinina all’altra salendo dietro all’auto sulla gomma del bordo e si teneva al tubo che portava l’elettricità per fare muovere l’auto. Se gli eri simpatico ti regalava qualche giro. A destra delle colonne del Pantheon c’era una porticina con il numero civico 11, (oggi la porta è stata murata è rimasto solo il numero 11 a testimonianza di quell’abitazione), non ho mai capito che cosa ci fosse ma ci viveva un vecchietta zoppa e molto povera: a noi bambini faceva paura.

C’era anche un altro personaggio che ci spaventava, lo chiamavano Lessi, era vestito male e sempre sporco. Ci dicevano di stargli alla larga.

Al lato sinistro delle colonne c’era il piccolo bar “Borgognoni” nei cui locali la banda si allenava con gli strumenti.

Anche i personaggi del quartiere erano singolari: Remo Cerini e la moglie Rita, che hanno fatto la storia di quel luogo, facevano tappa in tutti i bar della piazza. Remo davanti e Rita con borsa e bastone - e a volte l’ombrello – lo seguiva. Chiamava tutti “amore” ma poi, secondo l’umore, ti lasciava andare un’ombrellata.

Erano bellissimi.

Lei si alzava le gonne e faceva vedere le gambe e le mutande, lui che si piegava all’indietro e faceva un verso con le labbra. Passava davanti al bar senza entrare, poi si congratulava con se stesso: “Bravo Remo hai resistito, non sei entrato, ti meriti un bicchierino”. Entravano e uscivano dai bar: 30 lire di vino, 50 lire di vinsanto, e se si sedevano andavano avanti a quartini di vino.

Il Tommesani era un orafo, vestiva sempre con le bretelle ai pantaloni che puntualmente gli tiravo quando gli passavo davanti, per poi scappare.

Sono tanti gli abitanti della piazza di allora che purtroppo non ci sono più ma che sono rimasti nella memoria di quel luogo: Pucino abitava con la famiglia all’inizio di porta al Borgo con la moglie Ninetta e i tre figli. Olga aveva un banco di frutta sulla Sala, Alvedo Innocenti, “il pesciaio” con la moglie Giuliana e il figlio Marco gestivano un banco di pesce sulla Sala, Athos e Lorena Mazzoni, Giorgio Caselli aveva un negozio di barbiere in corso Gramsci, viveva con la madre Polda e il fratello Franco, Veris Mazzoni con la moglie Tosca e le due figlie Annalisa e Gabriella. Veris faceva il “trombaio”, come venivano chiamati gli idraulici, aveva la bottega sotto la sua abitazione all’inizio della salita che portava al mercato ortofrutticolo, vicino alla bottega dell’ovaio e al carbonaio. Lineo invece conviveva con Teresa e aveva la bottega del legno all’inizio di Sant’Andrea; Grazioso Giovannelli aggiustava le bilance e viveva con la moglie Marianna; Elena e Angiolino Romoli in passato avevano gestito il Bar Moro, erano pensionati e curavano il loro giardino pieno di alberi da frutto che regalavano ai vicini. Il Moro in realtà si chiamava Claudio, con la moglie Egle e il figlio Doriano gestivano - prima e dopo mio padre - il Bar Moro. Peppe Vannucci faceva il muratore e la moglie Ida, con le figlie Franca, Ivana, Loretta, lavora in casa cucendo camicie e vestiti per bambini.

Negli anni sessanta esistevano ancora i mestieri, quelli veri, manuali che si imparavano e si tramandavano di padre in figlio.

A volte quando passo da quella piazza mi piace immaginare che in quel luogo dove hanno vissuto tante persone lasciando un po’ della loro vita, le loro anime ogni tanto vi facciano ritorno e proprio lì si incontrino ancora per rivivere e ricordare quel tempo lontano della loro esistenza.

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1 commento

  • Link al commento Simone. Domenica, 18 Novembre 2018 19:21 inviato da Simone.

    Complimenti sinceri per l'articolo Sig.ra Gina.
    Questo in particolare mi tocca personalmente, anche mio zio per tanti anni ha avuto un'attività in p.za S. Francesco forse dagli anni 60 fino alla fine degli anni 80....
    Grazie.

    Rapporto

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