Lunedì, 12 Marzo 2018 10:07

La strana accoglienza e il gioco del “bomba liberi tutti”

di Barbara Beneforti e Roberto Niccolai

Pistoia - Spesso ci capita di leggere sulla stampa locale il resoconto delle vicende che riguardano l’immigrazione e l’accoglienza profughi a Pistoia, ambito che ci interessa perché vi abbiamo lavorato per decenni, fino al recente passato.

Ci colpisce ancora una volta il comportamento dei gestori dei Centri di accoglienza profughi (con bando della Prefettura, i cosiddetti CAS) di Vicofaro e Ramini.

Avevamo già avuto modo di intervenire a commento di un altro fatto la scorsa estate: la famosa gita in piscina dei beneficiari di quei Centri, con relative fotografie pubblicate su facebook, che a nostro parere tanto danno ha fatto a chi lavora seriamente nell’accoglienza.

Non si tratta di una crociata, si badi bene. Il fatto è che i gestori di queste strutture agiscono in maniera oltremodo originale, dunque ci corre l’obbligo anche stavolta di puntualizzare un paio di questioni.

Il fatto, piuttosto banale, è il seguente: un ospite di uno di questi CAS, di nazionalità nigeriana, ha aggredito un altro ospite della stessa struttura, di nazionalità maliana, per una lite legata all’utilizzo del bagno in comune. Non è chiaro se i protagonisti siano richiedenti asilo in attesa di audizione in Commissione territoriale, oppure già ‘diniegati’ (cioè con il rigetto della richiesta dello status di rifugiato), o ancora ‘ricorrenti’ che hanno proposto appello contro una decisione negativa sul loro status, o infine destinatari di revoca di un’accoglienza precedente. In ogni caso il fatto è avvenuto in una struttura di accoglienza gestita a seguito di un bando della Prefettura di Pistoia. Ovviamente c’è stato l’intervento delle forze dell’ordine e i relativi articoli sui giornali.

Da questi apprendiamo che nelle strutture di Ramini e Vicofaro (che, ripetiamo, sono gestite a seguito di un bando prefettizio) vengono ospitati incredibilmente non soltanto i beneficiari “aventi diritto”, ma anche soggetti che hanno concluso il loro percorso nel circuito dell’accoglienza istituzionale, o perché è trascorso il tempo previsto dal progetto o perché non hanno rispettato il patto sottoscritto all’ingresso in accoglienza, o per altri svariati motivi: hanno danneggiato i locali adibiti all’ospitalità, si sono rifiutati di frequentare i corsi di lingua, sono stati sorpresi a lavorare al nero o a effettuare l’accattonaggio molesto, ecc. In certi casi i beneficiari sono stati allontanati dalle strutture perché hanno commesso reati (di solito piccolo spaccio di stupefacenti, e in certi casi sono stati trovati in possesso di laute somme di denaro).

Morale della favola: invece dei beneficiari previsti dal progetto, i Centri in questione ospitano ben 73 cosiddetti ‘profughi’, ma in realtà si tratta di persone che per tutti i motivi sopra indicati non hanno più la possibilità di essere ospitati nel circuito istituzionale.

C’è però una nota stonata in tutto questo: anche i due Centri sopra menzionati appartengono teoricamente a questo circuito istituzionale, afferente alla Prefettura, ma invece di utilizzare le risorse previste dal progetto per garantire l’ottimale gestione dei beneficiari aventi diritto (soldi pubblici, stanziati in gran parte dalla Ue ma anche dall’Italia, in relazione al noto art. 10 della Costituzione), aprono le porte anche a coloro che sono stati espulsi da altri soggetti gestori, per i motivi che abbiamo detto sopra. Una specie di “bomba liberi tutti”, dove partecipano al gioco indiscriminatamente i beneficiari assegnati dalla Prefettura, gente raccattata per la strada, ex beneficiari allontanati da altri soggetti gestori, in una confusione di soggetti in cui non si capisce più chi è richiedente asilo e chi è diniegato, chi ha diritto al pocket money settimanale e chi no, chi deve partecipare alla formazione e chi può farsi i fatti suoi, usufruendo di vitto e alloggio gratuiti.

Ricordiamo che questi CAS (Centri di Accoglienza Straordinari) non sono dormitori o Centri di accoglienza per i bisognosi ma prevedono regole e attività precise, finalizzate all’accoglienza non di generici migranti senza fissa dimora bensì di Richiedenti Asilo in attesa dell’esito delle loro audizioni presso le Commissioni Territoriali, preposte a valutare la consistenza delle loro argomentazioni, al fine di individuare coloro che possono realmente beneficiare delle protezioni internazionali o di quella umanitaria. Lo status di rifugiato è una cosa seria, per questo i percorsi di accoglienza vengono finanziati e devono seguire dei protocolli adeguati.

Le molteplici e diversificate attività devono essere rendicontate alla locale Prefettura. I locali destinati all’accoglienza devono soddisfare determinati requisiti, anche relativi alla capienza, e gli ospiti devono essere seguiti e accompagnati in un percorso di tutela ed emancipazione che dovrebbe essere omogeneo per tutte le strutture. Compito della Prefettura è il controllo, anche relativamente alla rendicontazione economica, e il coordinamento.

Fra le regole che sono previste per queste strutture ­- contenute in un apposito Regolamento di Accoglienza che viene sottoscritto dal beneficiario all’ingresso nella struttura ­- vi sono anche quelle relative al comportamento da tenere all’interno delle stesse: non si possono commettere reati, bisogna collaborare al buon andamento della convivenza, bisogna frequentare i corsi di lingua italiana e di formazione finalizzati all’emancipazione di ciascuno dei presenti. E molto altro ancora.

Se le regole non vengono rispettate per una o più volte, può anche accadere che a un beneficiario venga revocata l’accoglienza da parte della Prefettura. L’accoglienza nelle strutture è subordinata al rispetto del Regolamento e non è assolutamente obbligatoria: negli anni ‘90 e nel 2000 gran parte dei richiedenti asilo soggiornava da amici e parenti. Se la richiesta di asilo politico non viene accolta, il beneficiario che faccia ricorso al Tribunale può soggiornare presso la stessa struttura finché non gli verrà comunicato il nuovo esito o finché non avrà reperito una collocazione alternativa e autonoma. Queste sono le regole.

Non è compito del gestore della struttura garantire la sussistenza delle persone che fuoriescono, per uno dei motivi sopra elencati, dai CAS. Si tratta di cittadini residenti nei territori, che in teoria dovrebbero inserirsi nel mercato del lavoro, se ne hanno diritto e competenze, o dovrebbero poter beneficiare delle politiche di assistenza sociale, così come funziona per tutti gli altri cittadini. Se questo non avviene o perché questo non avvenga è un problema molto articolato, ma in ogni caso non compete ai soggetti gestori individuare chi sono i destinatari delle varie forme di protezione, bensì agli organi competenti.

È ben vero che i tempi per arrivare alla definizione dello status in molti casi sono scandalosamente lunghi, ma la soluzione non è certo quella di offrire un’accoglienza indiscriminata a tutti coloro che bussano alla porta. Anzi, far questo comporta rischi e pericoli: se le risorse previste per un puntuale lavoro di accoglienza per 16 beneficiari vengono utilizzate invece per 73 persone, è evidente che non potranno essere garantiti i servizi previsti nella Convenzione e non potrà essere rispettato il rapporto numerico tra beneficiari e operatori, che fra l’altro dovrebbero essere specializzati e assunti con regolare contratto.

Chi controlla come vengono impiegati i soldi pubblici, con quali forme di rendicontazione e in favore di quali soggetti questi vengono utilizzati? Se le porte della canonica vengono aperte a tutti, anche a coloro che hanno commesso reati o a chi ha contatti con circuiti criminali, chi controlla, e con quali competenze, che queste strutture non diventino ‘vivai’ per la piccola delinquenza? Se vengono accolti anche coloro che sono stati allontanati da altri soggetti gestori – che forse lavorano con modalità un po’ più rigorose – perché mai gli ospiti dei vari Centri del territorio dovrebbero rispettare le regole sottoscritte? Perché non potrebbero dire “chi se ne frega, faccio come mi pare tanto se mi butti fuori vado dal prete”?

Ultimo punto: leggiamo che, se non fossero stati accolti da don Massimo, i 73 ospiti delle sue strutture oggi sarebbero per la strada. Ne siamo proprio certi? Non occorrerebbe forse approfondire, per capire se queste persone svolgono per esempio qualche attività che produce reddito, seppure al nero, o hanno una rete sociale di connazionali con i quali potrebbero dividere un piccolo affitto? Siamo certi che la permanenza in una struttura così gestita sia davvero un deterrente per la commissione di reati? Siamo certi che queste persone, che non sono state inserite nelle strutture da nessun soggetto garante (né Prefettura, né Questura, né sistema di accoglienza) ma soltanto dal buon cuore e dalla voglia di esser considerato “di sinistra” di un parroco appassionato, non profittino di vitto e alloggio gratis all’interno di un percorso che è stato pensato e finanziato per un lavoro serio in favore dei richiedenti asilo?

Il fin troppo diffuso accattonaggio presso bar, farmacie e negozi spesso ha come protagonisti i residenti nelle strutture di accoglienza, i quali anziché seguire i percorsi di formazione previsti preferiscono la scorciatoia dell'elemosina, garantendosi cifre che secondo alcuni osservatori si avvicinano al tanto evocato reddito di cittadinanza.

La cosa più buffa è che chi gestisce queste due strutture di Ramini e Vicofaro si auto-rappresenta quasi come paladino della sinistra, ma il disordine e l’approssimazione non sono di sinistra – se non ricordiamo male la sinistra ha sempre fatto riferimento all’emancipazione e non al pietismo – né sono destinati a portare buoni frutti. Lavorare nel settore delle migrazioni richiede un’attenzione e un coordinamento con i vari soggetti istituzionali del territorio, non può essere portato avanti con il solito volémose bene. E ciò perché in un momento così delicato dal punto di vista del discorso pubblico attorno ai fatti migratori basta davvero poco per scatenare reazioni d’odio e di violenza. Chi lavora in questo ambito deve esserne consapevole e sentirsene responsabile: uscire dal solco tracciato dalle norme per improvvisare forme di accoglienza indisciplinate, sebbene nate dall’amore per l’umanità, può in certi casi addirittura ottenere l’effetto contrario a quello che si persegue e fare il gioco di chi non aspetta altro che nelle strutture che accolgono i richiedenti asilo si mettano in evidenza spacciatori e furfantelli, o nella migliore delle ipotesi giovanotti nullafacenti che profittano delle elemosine. I risultati delle ultime tornate elettorali sono davanti agli occhi di tutti.

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