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Parma 1998, Pistoia 2017. Un cambiamento possibile?

di Francesco Lauria

Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative nella città di Pistoia, previste per la prossima primavera, si fa sempre più forte, in me il ricordo dell’incredibile e “matta” esperienza vissuta a Parma, nel corso delle elezioni del 1998.

Eravamo ancora nel Novecento.

Una città, dal dopoguerra, sempre governata, anche piuttosto bene, per lunghi tratti, dal Partito Comunista (unica interruzione il pentapartito, con il cambio di alleanze del Psi, in piena epopea craxiana nel 1980-1985) si rendeva improvvisamente conto che occorreva pensare ad un’alternativa.

D’altronde erano tempi di pieno bipolarismo e, anche se si era assistito al suicidio assistito del primo Governo di Romano Prodi, cominciava ad essere normale e sperimentato, per i cittadini italiani, l’idea di vivere in un mondo in cui l’alternanza rappresentasse la regola e non l’eccezione.

D’altronde la c.d. seconda Repubblica era stata “battezzata” proprio nella tornata amministrativa di cinque anni prima, quel 1993, che magari presto avrà anch’esso una fortunata serie televisiva amarcord con Miriam Leone.

A Parma, successe, in realtà, qualcosa di diverso e più complesso.

Nel centro sinistra si decise di candidare, per il terzo mandato, un notaio, si dice massone, Stefano Lavagetto, che rappresentava l’iper continuità di una classe dirigente, aristocratica e schizzinosa, in piena crisi di contatto con la realtà e con la città, succube di scelte di partito (anche se il “Partito” ormai non c’era più…) prese a Bologna e a Roma. Una condizione di minorità, peraltro, poco in sintonia con la “grandeur” frustrata di cittadini che si autodefiniscono tutt’oggi abitanti della “piccola Parigi”.

Io avrei votato per la prima volta.

Avevo mancato di pochissimo il referendum consultivo che aveva deciso il destino di Piazzale della Pace, piazza cuore della città, bombardata dagli americani nel 1944 e, per decenni, semplice parcheggio di contorno del Piazzale monumentale della Pilotta e del celebre Teatro Farnese, anch’esso fortemente rimaneggiato dai bombardamenti alleati, ma ricostruito, pur con perdite artistiche significative.

I cittadini avevano dovuto scegliere sul progetto di ricostruire una parte dei monumenti bombardati nel 1944 secondo il concetto del “dov’era, com’era” o su quello di uno spazio verde, all’inglese, con alcuni accorgimenti architettonici, opera dell’architetto ticinese Mario Botta, che avrebbe comunque reso la Piazza uno “spazio pubblico”, fruibile e molto “libero”.

La scelta bocciò nettamente l’idea di conservazione e del dov’era com’era, peraltro zoppicante a causa della possibile ricostruzione, solo parziale, della piazza originaria.

Era un segno del desiderio di cambiamento dei cittadini. Pochi, all’inizio, lo colsero.

La città vedeva un partito–stato in grave difficoltà, il Pds, che esprimeva ben 24 consiglieri comunali su 40 (maggioranza assoluta), che governava in provincia, in regione e a livello nazionale e di cui ben 7 consiglieri, giusto per dare un’idea, erano espressione diretta dell’Arci, gloriosa realtà, che però faceva incetta di commesse culturali, ricreative, sportive, proprio dal Comune.

Ovviamente anche tutti gli autobus dell’azienda di trasporto locale, la Tep, erano assicurati con l’Unipol, come ebbi modo di rimarcare in un confronto televisivo con i candidati sindaci, presso una delle due televisioni locali, cui, proprio fortuitamente, tra tutte le quinte superiori della città, era stata invitata la mia.

Il sindaco veniva dipinto, in gran parte a ragione, come un solitario arroccato presso la “torre d’avorio”, per molti inavvicinabile, garanzia che tutto quello che c’era stato prima, sarebbe continuato.

Il 1998 era stato anche l’anno dello smacco della Stazione Mediopadana dell’Alta velocità.

Seguendo logiche di spartizione politica e non la geografia, infatti, l’ubicazione progettuale della stazione fu spostata verso Est ed assegnata a Reggio Emilia e non a Parma, più baricentrica nel tracciato tra Bologna e Milano.

Un vero smacco per la “piccola Parigi”, defraudata dai postcomunisti bolognesi e reggiani a favore della storica città rivale!

Certo, furono negoziate compensazioni, ma anche gli industriali della città, è bene tenerlo presente, se ne risentirono.

Nel Pds, meglio, nell’allora Sinistra Giovanile, c’erano due persone, due trentenni geniali a guida di un gruppo di ragazze e ragazzi liberi e sfrontati. Un po’ incoscienti, ma assolutamente positivi.

I leaders erano il consigliere provinciale Bernardo Cinquetti, bravissimo musicista, dolcissimo e ironico. Uno di quelli che incontri e non dimentichi mai più, tanto sono originali e il consigliere comunale Giuseppe Longinotti, dalla personalità più controversa, forse più politicamente radicata.

Bernardo lo incontrai anni dopo, per caso, su una linea secondaria della metropolitana di Parigi, aveva lasciato l’Italia e aperto un ristorante italiano, dove immagino, si beva e si suoni fino a tarda ora e dove l’atmosfera e il cibo sanno fondersi creando alchimie irripetibili.

Giuseppe lo abbiamo spesso visto sugli schermi, in questi anni, autore televisivo e non solo, in passato tra i cardini, soprattutto dietro le quinte, del programma Le Iene.

Insomma nel cuore dell’Oltretorrente, il luogo storico delle barricate antifasciste, in vicolo Santa Maria, la sede della sinistra giovanile era un crogiolo di giovani parecchio ribelli, anomali per una giovanile di partito, una vera comunità che, alla casella postale attigua del Pds locale aveva, beffardamente aggiunto…: “Cadavere”.

Io non ne facevo parte organicamente. Frequentavo il Partito Popolare, ma ero comunque attratto sia da questa bellissima esperienza, sia da una compagna che mi piaceva e che, ovviamente, era innamorata di Cinquetti o forse di Longinotti, anzi credo di entrambi, pur se a fasi alterne. Insomma non di me.

Al di là di questo, negli anni precedenti, oltre a tanta politica fatta seriamente, ad una “scuola di politica” semipermanente, davvero libera e frequentata, si realizzarono eventi creativi e geniali, come l’”irruzione” (concordata) durante il programma Moby Dick di Santoro (allora approdato a Mediaset) in cui vestiti da duchi di Parma Piacenza e Guastalla, Cinquetti, Longinotti e compagni prendevano in giro il progetto secessionista padano della Lega Nord.

Non paghi organizzarono anche le “elezioni del pensiero” in Piazza Garibaldi, la piazza centrale della città, come parodia delle finte elezioni autogestite della Lega, quella in cui il futuro leader Matteo Salvini si presentò con l’indimenticabile lista dei “Comunisti Padani”.

Ma quello che riuscì a scardinare un sistema di potere saldissimo che sembrava essere indifferente a tutto e a tutti, fu un’alchimia e una circostanza irripetibile.

Dal basso, pur saldandosi con ambienti diversi della città, la sinistra “creativa” e insoddisfatta dello status quo, rimise in campo una figura leggendaria e unica: Mario Tommasini.

Tommasini era un grande eretico della sinistra parmense. Una figura gigantesca, paladino delle lotte sociali, dei più deboli, in particolare legato alle decennale mobilitazione per democratizzare e de-psichiatrizzare la salute mentale.

Un eretico perché mai si era piegato alle logiche da caserma del comunismo parmense ed emiliano, pagandone carissimi prezzi nel rapporto con la politica, nonostante grandi manifestazioni di stima: un episodio su tutti: in un’occasione, quando venne a Parma, Enrico Berlinguer si rifiutò di passare dal “Bunker” così era chiamata la sede del Pci di Parma, e si recò direttamente a Vigheffio, da Tommasini, nella fattoria che il leader “eretico” aveva fondato come luogo terapeutico e di riscatto.

Insomma, in quegli strani mesi del 1998, si saldarono a Parma tre grandi filoni, più qualche altro spezzone civico: il movimento che candidava Mario Tommasini a sindaco, la Sinistra Giovanile di Cinquetti e Longinotti (cui non riuscì ad opporsi la minoritaria ala “lealista” dei giovani ortodossi del partito) e la lista civica di centro: “Civiltà Parmigiana” guidata dall’ex vicesindaco Dc Elvio Ubaldi, esponente di quella sinistra democristiana che però, in un contesto come Parma, non voleva allearsi con il “cadavere” Pds e il cespuglio Ppi.

Fu una campagna elettorale incredibile: Gli adesivi con scritto: “Mario Tommasini just do it” invasero la città, insieme a tantissimi progetti ed idee “utopiche”: dai bambini, agli anziani: una città a colori, insomma.

Chiaramente c’è anche una parte meno eroica. Una parte di poteri della città, sostenne, anche economicamente, sia Ubaldi e Tommasini, capendo che l’occasione di creare e praticare un’alternativa fosse davvero più unica che rara.

Tommasini arrivò al 19 per cento. Ubaldi e Lavagetto al 30. Il ballottaggio scatenò la voglia di novità della città e l’ex democristiano stravinse, nonostante il fatto che Tommasini, a differenza di molti suoi sostenitori, decise di non assolutizzare lo strappo e di non prendere posizione, rinunciando quindi ad “incassare” per sé, i risultati di un esito quasi scontato.

Da allora, il centro sinistra a Parma ha sempre perso.

Non ha mai capito la lezione: è rimasto litigioso e, soprattutto, è crollato tutto quel sistema di potere “collaterale” che aveva permesso al Pc e al Pds di “dominare” la città.

Ora, a Parma, si apprestano a celebrare le ennesime primarie di coalizione tra moltissimi candidati che proveranno a contrapporsi al sindaco“grillino” moderato Pizzarotti, cui, probabilmente, la Casaleggio e Associati non concederà il simbolo, ma che parte oggettivamente da una posizione di forza.

Che dire di Pistoia?

Ho cominciato a vivervi (anche se ancora in pendolarismo durante la settimana con Roma) proprio nel mezzo della campagna per le primarie del 2012 che sancirono l’affermazione del futuro sindaco, il predestinato, Samuele Bertinelli.

Trasferirmi a Pistoia, per me, è stato una specie di grande flashback che mi ha fatto tornare alla Parma pre 1998.

Nonostante il comunismo toscano sia stato forse più internamente litigioso, di quello emiliano, siamo, ancora, in una situazione di “impossibile ricambio”.

Intendiamoci: anche qui, il “partito”, quello vero, ormai non c’è più.

C’è un’ampia nomenclatura, un controllo “sociale”, a tratti asfissiante, un sempre più ristretto giro di potere che decide su una città che non ha mai sperimentato alternanza e alternative.

C’è un sindaco, forse ancor più arrogante e sicuro di sé, del Lavagetto del 1998.

Certo, un sindaco che non si presenta alle elezioni con il biglietto da visita dalla perdita, a favore della città vicina e rivale della Stazione dell’alta velocità, ma con la “lotteria” fortunosamente vinta del riconoscimento di Capitale Italiana della Cultura 2017.

Non c’è, probabilmente, quella pluralità di folle, a tratti ingenua, mobilitante, utopia che portò in tanti, a Parma, a ribellarsi e a favorire un cambiamento (i cui esiti, poi, furono tutt’altra cosa, è bene ricordarlo).

Il bisogno di un movimento che rompa gli schemi e riconsegni la parola ai comuni cittadini e cittadine è, però, oggettivamente, pur confusamente, molto sentito.

Non siamo nel 1998.

La mia generazione, almeno quella che si è spesa nell’attivismo sociale e politico, ha vissuto un importante momento di speranza e di frattura: Genova 2001.

Io, all’epoca, ero studente universitario a Trieste, ma lavoravo come operaio stagionale metalmeccanico in un’azienda multinazionale, tra Parma e Reggio Emilia.

Ho un ricordo, sbiadito, perché, allora già non vivevo più a pieno la mia città, da studente fuori sede, di un Piazzale della Pace, stracolmo di vita e partecipazione, a cavallo di Genova 2001 e degli anni immediatamente successivi.

Poi, va riconosciuto, spaccio e degrado hanno preso il sopravvento.

Decisi di andare a Genova, uscito dal turno delle 22, ascoltando la radio che parlava dell’uccisione di un ragazzo, ancora il nome di Giuliani non si sapeva.

La mattina dopo, alle 6, ero in Piazzale Carlo Alberto dalla Chiesa, stazione di Parma, pronto a salire sui pullman della Rete Lilliput e di altri movimenti.

Vi ritrovai compagni e compagne inattesi, tanto era forte radicato il movimento.

Pds e Sinistra Giovanile, invece, nella notte avevano deciso di ritirarli i pullman. Tutti.Oltre quindici anni sono passati da una grande speranza e da una grande delusione.L’immagine che più mi è rimasta nella mente è proprio il momento in cui passai di fianco alla Chiesa multicolore sul lungomare di Genova, cosparsa di scritte multilingue sulla remissione del debito ai paesi poveri, qualche minuto prima che si scatenasse l'inferno.Come ha sottolineato una testimone diretta di quei giorni, Ilaria Lani, “Doveva essere la mia prima grande manifestazione e mi ritrovai in campo di guerra. Eppure i giorni che avevano preceduto il 20 luglio erano stati bellissimi. La manifestazione dei migranti e il concerto di Manu Chao. Le nostre voci dal “Public Forum” echeggiavano in una atmosfera strana, insolitamente silenziosa, sospesa, eterna. Il mondo sembrava nostro.

Riconversione ambientale, migranti, pace, disarmo, acqua, no-ogm, partecipazione e democrazia, cancella il debito, saperi, diritti globali, impronta ecologica e sociale. Qualcuno disse in un forum: “Questa è la prima generazione che non chiede nulla per se stessa”. La nostra generazione di Genova era enormemente variegata, direi molteplice, ma è vero, non c’era nulla di rivendicativo per noi, chiedevamo “solo” un altro mondo possibile. Continua Ilaria Lani “la nostra era una generazione che si era potuta permettere il lusso di sognare, in maniera del tutto innocente, ma fu svegliata a suon di manganelli. Quello fu il nostro vero primo rapporto con il potere e la sua violenza, ed eravamo soli, senza protezioni, senza adulti, senza riferimenti, senza partiti e sindacato. Da allora abbiamo continuato a sognare e costruire l’altro mondo possibile, ma abbiamo sempre tenuto a debita distanza il potere, in tutte le sue forme più o meno istituzionalizzate”. Di lì a poco ci sarebbe stato l’11 settembre, poi la crisi globale e oggi un mondo, sempre più “terrorizzato” in cui è in crisi prima di tutto la “percezione dell’avvenire”.

Siamo ancora, terribilmente lì, archiviata la stagione dei social forum, di “un altro mondo possibile e necessario”, viviamo ancora il tempo della terza guerra mondiale a pezzetti, dello stato di eccezione, di una crisi, non solo economica, ma strutturale, antropologica, di sistema e di paradigma. E’ finita anche la stagione dei movimenti partecipativi municipali (ricordate la rete del “nuovo municipio”?, rimangono esperienze frammentate, senza una grammatica e un riconoscimento comuni. Mi chiedo se le generazioni più giovani della mia, che è a cavallo tra i trenta e i quarant’anni, cresciute nel dibattito, a volte un po’ stantio, tra precarietà e crisi globale, possano comprendere questi sentimenti, non avendo conosciuto, forse, la nostra “speranza”, ma nemmeno la nostra conseguente delusione. Insomma, se un tempo sognavamo di "cambiare il mondo senza prendere il potere", oggi che cosa sogniamo? Oggi, di fronte alla crisi dell’Unione Europea, alla vittoria di Trump, all’esplosione delle migrazioni, alla perdita di centralità politica della salvaguardia del pianeta e della lotta alle diseguaglianze (tra Sud e Nord del mondo, ma anche all’interno delle periferie e nelle città del Pianeta e nei nostri contesti “occidentali”)? Oggi che siamo passati dalle menzogne della guerra umanitaria, alla sorpresa della guerra asimmetrica, alla apparentemente inevitabile terza guerra mondiale a pezzetti e al tempo del terrorismo e dello stato (permanente?) di emergenza e di eccezione?

Rispetto ai tempi di Genova due sono le grandi fratture da ricomporre e questo vale, prepotentemente sia per Parma che per Pistoia 2017. Il concetto di rete, di unità nella diversità dei soggetti sociali che si ostinano a costruire dal basso “un altro mondo possibile e necessario” è il tema per continuare a credere in una radicale prospettiva di cambiamento che non sia regressivo e non rappresenti la vittoria finale del turbo capitalismo nichilista, sia esso nella versione globalizzata sia esso nella rampante e illusoria versione neo-isolazionista/xenofoba. Per dirla con Slavoj Zizek (“La Nuova lotta di classe, Rifugiati, terrorismo e altri problemi coi vicini”, 2016) se “alle porte del nostro castello di declinante benessere bussano le miserie del mondo; i suoi conflitti esplodono nelle nostre città, come leggere questa nuova emergenza continua, il Nuovo Disordine Mondiale?” Pur nella sua provocatorietà, Zizek ci ammonisce sul fatto che non ci possiamo limitare “a rispettare gli altri”, ma occorre offrire “una lotta, un orizzonte comune”. Vale anche all’interno delle città.

E’ proprio questo che rimette in gioco ciò che abbiamo creduto e costruito, non solo nel Nord del Mondo, noi come generazione di Genova, ma anche di Porto Alegre.Come è stato detto, anche dopo il paradossale sostegno a Donald Trump della classe media impoverita nelle elezioni americane: “avevamo ragione noi sulle ingiustizie che governano questo mondo, allora come oggi”.

E allora da dove ripartire?

Qui, dai nodi e dalle esperienze di democrazia partecipativa e attivazione comunitaria, dall’innovazione sociale e dal mutualismo solidale e urbano.

Non basta.

L’orizzonte comune non può che ricostruirsi in un intersezione di scala globale e locale: nelle filiere dell’economia interdipendente, nel nodo di un movimento del lavoro sovrannazionale così come dal riconnettere tutto ciò al tema del modello di sviluppo e di consumo, del “voto con il portafogli”, del raccordo tra territorio e globale, alla questione della libera e “comune” circolazione di una conoscenza cooperativa e non solo competitivo-egoistica.

E’ un tema di consapevolezza personale e collettiva che precede tutti discorsi geopolitici che possiamo produrre.

Come finirà?

E’ difficile dirlo.

Nella crisi globale i cittadini si sentono sempre più impotenti, anche a livello municipale.

Si riducono, anche nel nostro paese, gli spazi realmente democratici per la politica locale: si pensi all’abolizione delle circoscrizioni nelle città medio piccole, alla riduzione del numero dei consiglieri comunali, a quel pastrocchio terribile delle elezioni di secondo livello per i consigli provinciali che, a Pistoia, verranno tristemente reiterate il prossimo 8 gennaio.

Pistoia e Parma vivono fasi diverse, ma sono inserite in questo contesto, in questa cornice.

Per Pistoia l’alternativa è, credo, tra una sfida scontata e una riconferma dello status quo, al prezzo di un debordante astensionismo e qualcosa di imprevedibile che faccia saltare schemi e spartizioni misere, già decise, al di là delle guerre di posizionamento, anche nel partito di maggioranza.

E’ necessario far vivere un movimento che, a partire dalla salvaguardia e dalla condivisione dei beni comuni e dei processi decisionali partecipativi, si contrapponga alla totale inerzia e lontananza dei partiti, incapaci di selezionare e rinnovare la classe dirigente.

Un movimento che attivi quelle tante parti “escluse” della cittadinanza che non sono comprese nei ristretti cerchi e nei “pranzi di gala” del potere e non sono assuefatte a subire scelte e “narrazioni” decise molto al di sopra delle loro teste.

Capire quante possibilità abbia questo movimento di “sfondare” non è facile, anche perché passare dalla protesta alla proposta, al cultura di un cambiamento di governo, non si improvvisa in pochi mesi.

Specie se non lo si è mai potuto sperimentare.

Però…

Qualcosa, di non completamente governabile, ha cominciato a muoversi.

Si è, a livello nazionale, anche se non cittadino e provinciale, sperimentato come il concetto di uomo solo al comando abbia un po’ sprecato tutte le proprie carte. Anche quelle relative a un decisionismo esecutivo che annienta i territori e coloro che stanno “sotto” la gerarchia del potere e delle “grandi opere”, o presunte tali.

Lo spazio di giocare una partita che ridia progetto e speranza alla città di Pistoia, probabilmente, c’è.

Mentre a Parma, molto sembra ferma.

Per Pistoia, anche solo questo è già un passo avanti, almeno nella città più “emiliana” tra le toscane (cit. F. Guccini).

Sono curioso di vedere cosa succederà, a Pistoia, come a Parma, in questo “elettorale” e civico 2017.

Magari non solo da spettatore, da “scrutatore non votante”, ma, come nel 1998, da attore, pur se non protagonista.

E voi?

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