di Maurizio Bozzaotre*

Pistoia - iniziato il nuovo anno, anche per il Partito Democratico di Pistoia è tempo non solo di consuntivi ma anche di uno sguardo in prospettiva rispetto a ciò che ci attende.

Nelle ultime settimane, pur nella innegabile situazione di difficoltà in cui si trova il Pd, alcuni spiragli di luce si sono aperti, tali da far ben sperare per il prossimo futuro.

Mi pare ad esempio assai positiva la recente disponibilità di Valerio Fabiani ad accettare l’offerta di Simona Bonafè di entrare nell’esecutivo regionale del Pd toscano con il ruolo di vicesegretario: sarebbe un bel passo in avanti rispetto a quella esigenza di unità, tanto necessaria quanto auspicata dai nostri militanti e simpatizzanti. Quella stessa unità che abbiamo ritrovato sul piano provinciale, con la recente elezione del nuovo segretario nella persona di Pier Luigi Galligani - al quale rinnovo le più vive congratulazioni e i più sinceri auguri, ringraziando anche il presidente del Pd provinciale Luciano Mazzieri per l’imponente lavoro svolto in questi mesi di consultazioni. Quella stessa “unità” che tante volte risuonò con fragore in una gremita Piazza del Popolo nella manifestazione organizzata dal Pd nazionale il 30 settembre scorso, alla quale anche il partito pistoiese diede il suo contributo di partecipazione. Quella stessa unità - è mia personale quanto ferma convinzione - che noi ritroveremo anche sul piano nazionale, chiunque dovesse vincere il congresso nazionale che inizierà fra pochi giorni.

Molto presto si aprirà una fase nuova della vita del Partito Democratico. Una fase in cui quelle contrapposizioni - ossificate e ormai frutto di mero schematismo - cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, sul piano nazionale come su quello locale, troveranno assai poche ragioni d’essere. Una nuova fase in cui non avrà più senso discutere e dividerci in base alle categorie dicotomiche che hanno segnato la vita del Pd di questi anni, ormai superate nei fatti e nelle intenzioni dei protagonisti. Una nuova fase nella quale dovremo costruire un programma di alternativa all’attuale governo Lega-5stelle che sappia venire incontro alle esigenze di un popolo ormai stremato dalla più lunga crisi economica che si ricordi.

In questa fase che avvia ad aprirsi, ci aspetta un compito per niente facile: dobbiamo riscrivere un nuovo manifesto del centrosinistra moderno. Partendo dagli esempi concreti, dai percorsi intrapresi, dai risultati ottenuti, ma anche - e ancor di più - da quelli mancati. Evitando, se possibile, di ingabbiarci in un discorso ideologico limitato al mero contraddittorio fra “innocentisti” e “colpevolisti” rispetto a vicende del recente passato.

Dobbiamo immergerci sempre più nella realtà e nell’attualità, con una presa diretta sui fenomeni sociali, senza schemi preconfezionati. Dobbiamo aprire una riflessione seria sulle conseguenze sociali causate dall’impatto delle nuove tecnologie nei luoghi di vita e di lavoro (fabbriche, negozi, uffici, studi professionali). Mai dimenticando però che anche la enorme dilatazione dell’intervento pubblico nei decenni precedenti, la moltiplicazione delle sedi decisionali istituzionali - tale da causare un oggettivo indebolimento della politica rispetto ad altri centri di potere, del tutto sconnessi dal circuito democratico -, il continuo ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica (provvedendo a distribuire e non re-distribuire) ci hanno portato ad un punto critico i cui nodi sono drammaticamente - e tutti insieme - venuti al pettine nelle modalità che ogni giorno ci troviamo costretti a vedere e a vivere.

Nei primi anni Ottanta una simile crisi politica di consenso aveva già colpito la sinistra nei paesi di più forte tradizione capitalistica (Stati Uniti, Germania, Inghilterra). In quel periodo si affermò una sorta di rivoluzione/restaurazione da parte di forze politiche incarnate da figure come Ronald Reagan e Margareth Thatcher, frutto non solo di una rivolta di ceti privilegiati ma anche di ceti medi, perfino popolari. Era la fase del “riflusso” rispetto ad uno Stato reputato troppo pervasivo, invocandosi uno Stato “minimo”, esaltando le virtù benefiche del mercato e gli effetti provvidenziali della sua mano invisibile. Democratici americani, socialdemocratici e laburisti europei pagavano con le sconfitte elettorali la contrazione della comune base sociale, la loro incomprensione e la loro estraneità ai cambiamenti, avvertiti come una minaccia e perciò rifiutati.

Dopo quella fase, negli anni a cavallo tra il secolo passato e quello iniziato, il pendolo della storia era tornato a svoltare verso le forze progressiste, in Europa come negli Usa - tanto che addirittura si parlò di costruire una sorta di “Ulivo mondiale”… -, forze che però commisero l’errore di affidarsi anch’esse, nella sostanza, alle sorti magnifiche e progressive della globalizzazione, nella speranza che la libera circolazione di merci e capitali potesse innescare circoli virtuosi nelle economie in via di sviluppo senza penalizzare troppo quelle sviluppate. Non è andata così.

Nella fase odierna il pendolo della storia si è nuovamente allontanato dalle forze progressiste e riformiste, per approdare stavolta non sulle sponde di una destra mercatista e liberista bensì verso formazioni che nel loro DNA contengono i germi di una radicale messa in discussione dei principi fondativi lo stato di diritto e la democrazia liberale.

E però noi, che abbiamo il dovere di contrastare questa ennesima “deriva”, non possiamo limitarci a vigilare e provare paura di quel che sta accadendo - come Achille Occhetto ci ha giustamente invitato a fare in occasione della sua visita nella nostra città qualche settimana fa - ma dobbiamo altresì ritrovare la forza di proporre un progetto di alternativa di governo che vada oltre l’indignazione verso le varie forme che la suddetta deriva sta assumendo in questo Paese, non solo sul piano politico.

Per far ciò, noi non potremo limitarci a orientare il nostro sguardo verso soggetti - sociali, culturali, imprenditoriali, ecc. - dinamici ed emergenti; non possiamo più permetterci di guardare solo alle donne e agli uomini di merito e di talento - che pure sono necessari per far progredire la nostra società con il loro lavoro, la loro immaginazione, la loro creatività.

In questo passaggio spaziale e temporale decisivo per il tempo e lo spazio che verranno, noi dobbiamo rivolgerci soprattutto a coloro che vivono drammaticamente immersi nel bisogno: agli emarginati dal lavoro, dalla conoscenza, dalle opportunità. Qualcuno li ha definiti “i protagonisti dimenticati del mondo del bisogno”: ammalati cronici, disabili, anziani con pensioni minime e senza una famiglia, lavoratori precari e sottopagati, ragazzi e ragazze che non riescono a varcare la soglia del mercato del lavoro, che non trovano casa, che sono esclusi dal benessere e dalla cultura; insomma: esclusi da una vita degna di essere vissuta.

Di fronte a questo popolo di esclusi noi dobbiamo andare oltre il sentimento della rabbia e della paura che essi esprimono per ritrovare la matrice comune di quella rabbia e di quella paura. Dobbiamo scendere nel profondo, se davvero vogliamo comprendere e agire.

Ma qual è la matrice comune, l’esperienza fondamentale che caratterizza il popolo degli esclusi? E’ qualcosa che abita nel profondo. E nel profondo c’è il dolore.

Nel mondo del bisogno, il dolore c’è sempre. E’ un dolore diverso da quello fisico o da quello derivante da una perdita; è un dolore sordo, persistente, un po’ come quei rumori di fondo che ti sembra di aver sterilizzato con l’abitudine, ma che in realtà incidono nevroticamente sui tuoi comportamenti, sulla qualità della tua vita; è un dolore che non deriva da un evento estemporaneo bensì da una condizione esistenziale.

E’ da questo dolore che scaturiscono la rabbia e la paura, che a loro volta determinano pulsioni verso forze e movimenti politici di destra, che però si limitano a fagocitare rabbia e paura ma che di quel dolore in realtà non vogliono occuparsi, né hanno interesse a farlo. Quel che invece dobbiamo fare noi. Noi dobbiamo tornare lì, stare lì, agire lì. Lì dove c’è il dolore.

Si tratta di un dolore non molto diverso da quello che, oltre due secoli fa, fu affrontato dalle forze progressiste del movimento operaio. Fu da quella esperienza, e da quella consapevolezza, che scaturì - ad esempio - l’ideale della solidarietà, che portò poi alle altre conquiste storiche di cui noi beneficiamo ancora oggi, eredi di un’antica moltitudine che riuscì a spezzare le proprie catene.

E però, se il dolore di oggi non è poi molto diverso da quello di allora, totalmente diverse sono le condizioni - strutturali e sovrastrutturali - in cui il dolore di oggi germina e fiorisce. Nell’assumere e far propria la consapevolezza di questo dolore, noi dobbiamo allo stesso modo assumere la consapevolezza che condizioni diverse impongono ricette diverse; ricette oggi in gran parte tutte da immaginare. Ma questo esercizio di immaginazione non sarà possibile se la politica non torni a ricongiungere se stessa con un’altra - e parimenti alta - espressione della vita associata: la cultura.

In questi anni, abbiamo spesso evocato la parola “deriva” (plebiscitaria, autoritaria, populista…) per descrivere quel che ci stava accadendo. In realtà, la madre di tutte le derive è stata la divaricazione tra il mondo della politica e quello della cultura. Una divaricazione per noi assolutamente esiziale. Le forze progressiste hanno infatti più necessità di altre di avere un continuo confronto dialettico con il mondo della conoscenza, in tutte le sue forme. Lo dicono le parole stesse che usiamo: progresso, conoscenza. Non c’è l’uno senza l’altra, fin da quando l’uomo mosse i suoi primi passi sulla terra. In politica, tra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare, come recita il noto adagio, ma c’è di mezzo qualcosa più profondo dell’oceano: tra il dire e il fare c’è di mezzo il sapere. Perché un fare senza un sapere alle spalle è un fare autoreferenziale, che si limita a girare su se stesso come un’automobile in testacoda.

Naturalmente, anche il mondo della cultura e degli intellettuali avrebbe necessità di operare una profonda autocritica. Perché l’autoreferenzialità non è stata solo caratteristica esclusiva della politica, negli ultimi anni. In una fase tumultuosa come quella attuale, il mondo della cultura dovrebbe recuperare l’antica funzione di accompagnare alla necessaria critica dell’esistente - in tutte le sue forme, di sapere e di potere - la capacità di immaginare un’alternativa che sia capace di farsi progetto politico, e non si limiti allo sfogo intellettuale, allo sterile lamento, alla patetica nostalgia per i gloriosi anni delle lotte che furono.

Noi dobbiamo dunque al più presto riattivare canali di dialogo e confronto con la società e le sue articolazioni. Ma, prima ancora, noi dobbiamo riattivare meccanismi di confronto e partecipazione che più di ogni altra cosa dovrebbero fondare il nostro stare insieme, legando il sentire della nostra comunità alle scelte dei nostri rappresentanti. Rispetto ad altre forze politiche che vendono una illusoria parvenza di partecipazione spacciandola per “democrazia diretta”, noi non possiamo limitarci a rispondere con la battuta e lo sberleffo, ma dobbiamo introdurre - anche facendo un uso intelligente della rete e delle tecnologie - dispositivi e procedure di una partecipazione che sia reale, seria e continuativa. Anche a costo di ricevere risposte sgradevoli e mettere in discussione equilibri consolidati.

Questo è dunque quel che ci attende, se davvero abbiamo a cuore il tempo che ci è dato di vivere, qui e altrove. Il compito è arduo e la salita sarà lunga e faticosa. Quel che però non possiamo più permetterci è continuare a essere preda di sconforto e rassegnazione. Qui e altrove.

Una pagina nuova si sta aprendo, e ben presto ci accorgeremo tutti che il passato - anche quello recente - è ormai consegnato alla storia. Ma questa nuova pagina non potranno scriverla le “aree” o le “sensibilità”. No, questa pagina, o la scriviamo assieme alle donne e uomini di buona volontà e di centrosinistra, con la passione e l’impegno che saranno necessari, oppure il futuro che abbiamo davanti non sarà così diverso da un passato, soprattutto recente, fatto di divisioni e di sconfitte. Un passato che oggi abbiamo tutti il dovere di lasciarci alle spalle, coinvolgendo anche coloro che, per una ragione o per l’altra, si sono allontanati da noi. Se anche a Pistoia cominciassimo a farlo sin da subito, il nostro potrebbe addirittura diventare un bel congresso.

*Segretario comunale Pd

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Il Natale è una festa cristiana ma non è per i soli cristiani. E’ per tutti.

di Alessandro Tomasi*

Pistoia - Questi auguri segnano infatti il primo vero anno di governo, quello in cui abbiamo sentito il peso delle difficoltà e delle responsabilità, durante il quale è stato necessario trovare la forza per superare gli ostacoli, per mantenere intatta la tenacia e l’entusiasmo, per avere il coraggio e l’onestà di dire di aver sbagliato, di ammettere i ritardi e, a volte, di dover dire dei no.

di Giuseppe Castelli *

di Andrea Niccolai*